Nel nome dei popoli italiani

1 Aor 09

Gian Enrico Rusconi

È sorprendente l’effetto di seduzione che ha acquistato la parola «popolo» nella retorica berlusconiana. Da dove viene il fascino di questa antica parola che ha superato infinite stagioni politiche, dal lontano risorgimento liberale sino all’inno della sinistra comunista? È facile dire che essa trae la sua forza dall’idea del «noi», della «comunità». E più timidamente dalla «nazione». Ma più che una convinzione è l’attesa o la finzione di una unità più profonda rispetto alle differenze sociali e culturali visibili. Eppure oggi la parola «popolo» ha ripreso vigore, accentuando proprio queste differenze. Basti pensare all’espressione «popolo della Lega» che per prima è risuonata nell’arena italiana. Per sottolineare differenze etno-territoriali spinte talvolta sino alla minaccia secessionista.

Ma Berlusconi ha introdotto una novità. Quello che ha in testa infatti è il «popolo-degli-elettori». Il popolo è chi lo vota. Non è la nazione o la etnia (vera o inventata), ma un dato politico. Un elettorato che è ad un tempo socialmente destrutturato e politicamente polarizzato attorno al leader. Più la stratificazione sociale nasconde i suoi connotati di classe tradizionali – complessificandosi nella diversità delle fonti di reddito e delle posizioni di lavoro o di precarietà, nella pluralità degli stili di vita e di consumo, nell’autopercezione personale e sociale – più si crea la finzione del «popolo» che segue il leader. Non a caso, replicando all’invito di Dario Franceschini di non presentarsi alle urne europee, perché non potrà mai mettere piede a Strasburgo, Berlusconi risponde rivendicando il suo ruolo di guida ideale e simbolica (bandiera) del suo popolo. Che faccia lo stesso Franceschini con il «suo popolo», dice.

Allora non c’è un «popolo italiano» bensì molti popoli con i rispettivi leader? La confusione è grande, ma «il popolo delle libertà» non se ne cura. Anzi la suggestione della parola «popolo» copre l’equivoco. Chi non sta con «il popolo delle libertà» – questo è il messaggio non tanto nascosto – non è il vero popolo italiano. Intanto Berlusconi sogna il 51 per cento dei consensi elettorali. Se, per ipotesi irrealistica, li ottenesse, comincerebbero i suoi guai. Non già per opera di un’opposizione inchiodata all’impotenza. Ma proprio da parte del suo «popolo» che gli chiederà finalmente conto delle promesse fatte e continuamente rimandate, per colpa di altri. Allora le divisioni interne (soprattutto di quella parte cui eufemisticamente si dice che è «rimasta indietro») diventeranno palesi e drammatiche.

Il Cavaliere, stordito dal successo mediatico, non si rende conto che l’ampio consenso di cui già gode gli proviene da una società frammentata, destrutturata, decomposta. Una società che avanza le richieste più contraddittorie, che non sono gestibili con la retorica del «noi siamo il popolo». L’omogeneità degli interessi sociali è creata illusoriamente soltanto dall’immediatezza del rapporto tra leader ed elettori, che al momento è tutta assorbita nell’immediatezza mediatica. Il risveglio da questa illusione sarà amaro.

I politologi (almeno quelli che non sono alla corte di Berlusconi) conoscono molto bene il fenomeno che si sta verificando. Si chiama populismo democratico. Inesorabile, incontenibile, prevedibile. Nel frattempo, però, tutte le parole usate per definirlo, analizzarlo, denunciarlo si sono logorate. E non parlo delle accuse (sbagliate) di autoritarismo di stampo più o meno fascistoide. Più si ripetono queste accuse, più si consumano senza più alcuna capacità di incidenza. Torniamo all’ultimo sogno berlusconiano: il raggiungimento della maggioranza assoluta. Se il Cavaliere pensa di poter fare e disfare tutto con un ipotetico 51 per cento, fa un calcolo sbagliato. Ritiene forse di poter agire automaticamente contro il restante 49 per cento? Non ha mai sentito parlare della «dittatura della maggioranza» – un concetto per altro inventato dai liberali? La democrazia è un faticoso, tenace, leale governo delle differenze e dei conflitti, non la finzione e l’imposizione di una omogeneità degli interessi annunciata da un palco mediatico.

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