Il mercato ci fa uguali

5 Mar 09

A leggere certi commenti, come ad ascoltare talune dichiarazioni, sembra quasi di respirare un’aria di mesta rivincita nei confronti del mercato, accusato di essere un meccanismo che, quando va bene, alimenta l’ineguaglianza e le vanità, e quando va male accentua la prima e mostra il carattere fatuo delle seconde. Si insinua il dubbio che il mercato non sia il luogo in cui si manifesta la «distruzione creatrice» del capitalismo ma, al contrario, abbia in sé una tendenza dissipatrice, che deve essere permanentemente regolata dall’esterno.

Normalmente la difesa della «virtù» del mercato avviene associandolo alla sua funzione di scudo, insieme con la proprietà privata, della liberta politica e, in termini di efficienza, ricordando che, in ambito economico, vale per il mercato e il capitalismo quel che è stato osservato per la democrazia in ambito politico: è la peggior forma di organizzazione economica a parte tutte le altre. Nessun socialismo (e neppure nessun colbertismo) riuscirà mai a eguagliare l’efficienza del mercato.

Per la semplice ragione che esso si basa sulla semplice constatazione che non esiste alcun giudice illuminato migliore del singolo individuo nel determinare quale sia la propria scala di priorità nella soddisfazione dei suoi bisogni. Ma difendere il mercato in nome della libertà è operazione fin troppo facile. Ciò su cui si riflette meno è invece il ruolo che il mercato gioca per consentire che l’eguaglianza sia qualcosa di più che un semplice enunciato astratto.

Potrà apparire paradossale che il mercato, che si fonda sulla disuguaglianza per fornire incentivi all’azione economica e che produce disuguaglianza in forza della diseguale qualità del contributo di ognuno, possa essere «difeso» in nome dell’eguaglianza. Ma il paradosso è solo apparente. L’eguaglianza è un principio politico fondamentale, a cui solo i totalitarismi di destra e il conservatorismo preilluminista e antimoderno si sono opposti apertamente. All’azione politica, e non a quella economica, spetta primariamente di riallineare le posizioni tra i membri della comunità e, in un’ottica liberale, di garantire ai cittadini non solo un trattamento eguale a prescindere dalle condizioni di ricchezza o dalle abilità e competenze possedute, ma persino condizioni eque di partenza anche nella competizione economica.

L’eguaglianza è un concetto antico, tipico delle democrazie, ma non è loro esclusivo appannaggio. I sistemi aristocratici, tipicamente, prevedevano l’eguaglianza tra «i migliori». E le stesse democrazie dell’antichità sono delle «aristocrazie allargate», egualitarie al punto che le cariche politiche potevano essere estratte a sorte, perché persino la virtù era supposta essere identica tra i pochi che potevano vantare il titolo di cittadino.

A questa eguaglianza dai tratti «esclusivi», le moderne democrazie hanno contrapposto un’eguaglianza effettivamente «inclusiva». Questo passaggio, indubbiamente positivo, ha finito però col fare sì che, nella vita quotidiana di gran parte dei cittadini delle democrazie liberali, il valore dell’eguaglianza fosse assai poco sperimentabile, limitato al diritto di voto e all’eguaglianza di fronte alla legge. Ciò che ha cambiato radicalmente le cose, facendo dell’eguaglianza un dato diffuso nella vita quotidiana di centinaia di milioni di individui delle classi non privilegiate, è stato in realtà il mercato di massa. È il successo del mercato di massa che ha reso le classi popolari sempre meno distinguibili da quelle «agiate», a partire dai consumi, innanzitutto, elevando in maniera inimmaginabile il loro tenore di vita, schiudendogli la praticabilità di desideri prima preclusi: e questo resta vero nonostante il fatto che negli ultimi decenni la ricchezza abbia conosciuto una nuova polarizzazione.

Così, chi oggi invita al pauperismo, alla sostituzione dei consumi e a una sobrietà non certo intesa come eleganza e ragionevole distacco dal superfluo, o chi si erge a triste profeta della «decrescita» come soluzione alla crisi economica, o favoleggia di arcadie economiche perlomeno improbabili, in un pianeta sovraffollato di viventi, dovrebbe ripensare a com’era l’Italia di inizio Novecento, guardare le foto dell’Archivio Alinari, ricordarsi dei tempi grami in cui «il popolo» si riconosceva persino dall’odore. E soprattutto, dovrebbe ricordare che se domani saremo più poveri saremo anche meno eguali: perché, come la storia insegna, l’eguaglianza non alligna nella miseria.

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