Due Stati due popoli? Illusione

15 Feb 09

Barbara Spinelli

Chi ha letto l’articolo di Gheddafi, il 21 gennaio sul New York Times, avrà ragionevolmente visto in esso una provocazione, e un’insultante confutazione dello Stato ebraico. Purtroppo le cose non stanno così, anche se l’insulto resta: quel che ha detto il Presidente libico – non ha più senso parlare di due Stati, israeliano e palestinese, in pace l’uno accanto all’altro – è una convinzione più diffusa di quel che si creda. La sostengono non solo fazioni palestinesi importanti, ma un certo numero di ebrei dentro e fuori Israele. Gheddafi dice a voce alta quel che molti pensano, anche senza desiderarlo. C’è da chiedersi se la destra israeliana che ha vinto alle urne (quella di Netanyahu e di Avigdor Lieberman, capo di Israel Beitenu, ovvero «Israele casa nostra») non abbia pensieri analoghi: che non confessa ma che impregnano i suoi piani d’azione.

La formula «due Stati-due popoli», che continua a esser sbandierata in Israele, a Washington, in Europa, non ha più radici vere nella realtà. È diventata una vana parola, che dà buona coscienza ma non suscita azioni. È come un treno che tutti immaginano in attesa alla stazione, e invece è già passato. Se in Israele si è affermata una destra ostile a negoziati con l’insieme dei partiti palestinesi, che non intende cedere territori e anzi accresce le colonie, significa che l’occupazione non è considerata quello che è: la più grande, l’autentica minaccia strategica per l’esistenza di Israele. In queste condizioni parlare di due Stati è ipocrisia.

Il piano implica la fine dell’occupazione e rari sono i politici israeliani che l’ammettono e ne traggono conseguenze.

È il motivo per cui alcuni auspicano che sia Netanyahu a guidare Israele. Lo ha scritto Gideon Levy su Haaretz, già prima del voto: la sua speranza è che finalmente si cominci a dire il vero, e Netanyahu può farlo. Che s’abbandonino espressioni eufemistiche come processo di pace o due Stati-due popoli. Con Netanyahu le cose diverrebbero più chiare, il dislivello tra verbo e azione meno nebbioso. Il capo del Likud è d’accordo con Lieberman: non vuole ridurre le colonie, e anzi difende il loro «aumento naturale». Non parla di Stato palestinese ma di Pace Economica (basta riempire le pance dei palestinesi per moderarli). L’idea non è nuova: la sostenne il ministro della Difesa Moshe Dayan dopo la guerra del ’67, e negli Anni 70 la riprese il laburista Peres. La prima intifada nell’87 la stritolò, rivelando a chi non voleva vedere che i sogni palestinesi non erano economici. Il fatto che sia oggi riproposta è qualcosa su cui vale la pena meditare, perché rivela un malessere israeliano tuttora irrisolto e pernicioso.

Il malessere è certo acuito da chiusure aggressive di arabi e palestinesi, come scrive lo scrittore Yehoshua (La Stampa, 14-2). Ma in buona parte è interno, è frutto dell’incapacità israeliana di rispondere alla domanda: cosa vogliamo essere? che Stato abbiamo in mente, di fatto? Uno Stato ebraico, democratico, e che al contempo mantenga il controllo su zone dove i palestinesi sono in maggioranza? Qui nascono i mali, spiegati bene dallo storico Gershom Gorenberg (The Accidental Empire, New York 2006): le tre aspirazioni sono in realtà incompatibili fra loro. Non è possibile che lo Stato resti al tempo stesso ebraico e democratico, se l’occupazione permane: gli ebrei sono minoritari nei territori, e lo saranno (forse già lo sono) nell’insieme geografico che amministrano. Estesa alla Cisgiordania, la democrazia israeliana non è più ebraica. Oppure rimane ebraica, ma smette d’esser democrazia. Di questo converrà cominciare a discutere: in Israele, in America, in Europa e nella diaspora, non contentandosi d’additare spauracchi come Gheddafi. Gorenberg invita la diaspora a condannare l’occupazione. L’indeterminatezza sulla forma-Stato è tipica degli imperi instabili e minaccia gli ebrei dentro Israele e fuori.

Il piano due Stati-due popoli è il solo orizzonte augurabile. Ma quel che è accaduto in 41 anni ha forgiato una realtà che lo rende impraticabile: tale d’altronde era lo scopo, esplicito, di chi favorì l’Impero Accidentale (da Sharon a Peres). Basta guardare la carta geografica per constatarlo: la Cisgiordania è coperta da una miriade di colonie, sparse come polvere, inconciliabili con ogni continuità territoriale palestinese. E non esistono solo colonie, abitate da uomini armati che infrangono il monopolio della violenza legale. Ovunque, nella Westbank, ci sono strade riservate solo a israeliani o percorribili dai palestinesi a condizioni capestro.

Le ultime cifre sul numero dei coloni, fornite da un rapporto per il ministero della Difesa, sono le seguenti: in Cisgiordania 290.000 in 120 insediamenti, più decine di avamposti militari. Sulle alture del Golan 16.000 in 32 insediamenti. Nelle aree annesse di Gerusalemme Est 180.000. Gaza fu evacuata da Sharon nel 2005 (9000 israeliani in 21 insediamenti) ma senza che la colonizzazione in Cisgiordania diminuisse. Anzi, aumentò: le organizzazioni non governative testimoniano come ogni mossa israeliana, diplomatica o bellica, s’accompagni a un aumento di colonie e avamposti. Questi ultimi sono chiamati illegali, ma ogni insediamento lo è. Ogni insediamento nasce dal groviglio mentale seguito alla guerra del ’67: groviglio che ha frantumato il concetto di confini e di Stato. Gideon Levy su Haaretz ricorda come il duello Begin-Peres nell’81 fosse una gara fra chi garantiva più colonie. I coloni pesano enormemente sui governi israeliani. Il laburista Barak aumentava le colonie, mentre sotto la guida di Clinton negoziava con Arafat. Lo stesso Barak, poco prima del voto del 10 febbraio, ha promesso al Consiglio dei coloni (Consiglio Yesha) di non smantellare l’avamposto Migron, nonostante le intese del 2001 con Washington. I coloni di Migron comunque potranno spostarsi nell’insediamento Adam presso Gerusalemme: altra colonia che doveva esser smantellata.

L’occupazione dunque continua, anche se i governi israeliani evitano la parola annessione. Evitandola tengono tuttavia in piedi il groviglio mentale, a proposito di nazione e confini. Se parlassero di annessione, dovrebbero infatti riconoscere che la natura dello Stato muta sostanzialmente, e che Israele è a un bivio. Se vuol preservare l’ebraicità diventa Stato di apartheid. Se vuol restare democratico, dovrà ammettere che i palestinesi son titolari di diritti coerenti con i numeri.

Secondo Gorenberg, è la colonizzazione successiva alla guerra dei Sei Giorni che ha distrutto l’idea di Stato nata nel ’48: «Il processo di consolidamento, necessario a un nuovo Stato, fu sconvolto. Una generazione che aveva costruito lo Stato cominciò senza volerlo a togliere pietre essenziali alla sua struttura»: le colonie ravvivarono l’anarchia pionieristica della conquista, lo spirito messianico dell’organizzazione Gush Emunim contaminò i laici e in particolare gli immigranti della diaspora russa stile Lieberman, infastiditi dai vincoli della vita locale. Lo stesso spirito spinge la destra a sospettare gli arabi d’Israele (20 per cento della popolazione): arabi cui Lieberman vuole imporre doveri di lealtà anche bellica allo Stato ebraico, in cambio del diritto di cittadinanza.

Chi rispetta i fatti, dovrà dire quel che vuole. Se vuole la sopravvivenza della nazione nata nel ’48, non potrà non definire la propria idea di Stato e agire di conseguenza. Non potrà non vedere che verrà il giorno (sta già venendo) in cui i palestinesi chiederanno che la situazione resti quella che è (una Grande Israele) ma che diventi democratica: facendo corrispondere a ogni uomo un voto, come nella legge della democrazia. Quel giorno gli ebrei saranno una minoranza: lo Stato non sarà più ebraico. Nascondere a se stessi questa realtà non serve a evitarla. Serve a renderla più vicina e minacciosa.

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