Non possiamo saperlo

8 Feb 09

Luca Ricolfi

Immaginate un uomo facoltoso che sta morendo. In tanti gli hanno voluto bene, perché l’hanno conosciuto in vita e ne hanno apprezzato le qualità umane. Qualcuno prega, qualcuno riflette, qualcuno piange, tutti sentono dentro di sé pietà e timore: pietà per chi li sta lasciando, timore di fronte al mistero della morte, l’unica cosa che – purtroppo – accomuna tutti. In un’altra stanza, però, mentre lui lentamente si avvia verso la fine, i familiari più stretti cominciano ad accapigliarsi per l’eredità. Volano parole grosse, si sentono insulti, minacce, recriminazioni, accuse reciproche. I parenti stretti litigano, gli amici ammutoliscono. Così è stato ed è per Eluana. Laici convinti e cattolici ortodossi ingaggiano oggi sotto i nostri occhi una mortificante guerra politica, di cui la persona di Eluana è strumento. E’ puro mezzo per fini che stanno altrove, fuori di lei e al di là di lei.

Una guerra i cui ingredienti essenziali sono due certezze uguali e contrarie: la Chiesa e i suoi sostenitori più fanatici sono certi che togliendo l’alimentazione ad Eluana si stia uccidendo una persona, il mondo laico è certo che così non si fa altro che rispettare la sua volontà. Gli uni dicono che Eluana morirà fra atroci sofferenze, gli altri si proclamano certi che Eluana abbia perso la facoltà di provare dolore. Gli uni poggiano le loro certezze su dichiarazioni di amici e di neuroscienziati, gli altri su dichiarazioni diametralmente opposte di altri amici e altri neuroscienziati. Così quella che era e resta una persona viene trasformata in un simbolo, pretesto e occasione per dare libero sfogo alle convinzioni di ognuno. Questo spettacolo è triste e grottesco. Ma è anche indebito. A dispetto delle apparenze, i due popoli che si affrontano armati delle loro certezze sono solo due dannose minoranze.

La maggioranza delle persone, su vicende come quella della povera Eluana, non ha certezze ma solo dubbi. Nessuno di noi sa che cosa si prova in uno stato vegetativo persistente, né se si provi qualcosa, né chi lo provi. Che cosa davvero significhi soffrire senza essere cosciente, o provare dolore senza pensare, ricordare, comunicare. Nessuno può sapere che cosa abbia sentito Eluana negli ultimi 17 anni, e se l’agonia pilotata di questi giorni sia una liberazione o l’ennesima e definitiva violenza sul suo corpo. Nessuno può sapere con certezza quale fosse la vera volontà di Eluana quando ha avuto l’incidente, e tanto meno quale sarebbe la sua volontà oggi, ammesso che possa ancora averne una. Per questo la maggior parte delle persone, anche quando ha delle opinioni, si rende conto che si tratta – appunto – soltanto di opinioni, che non può esistere, in casi come questo, una verità unica e incontrovertibile. Non così gli esponenti delle due chiese che in questi giorni si affrontano sui giornali e sulle tv.

Nonostante non esista alcuna certezza, quasi tutti parlano come se sapessero, senza l’umiltà e quel senso dell’umana finitudine che alla laicissima eppur religiosa Natalia Ginzburg faceva dire, in una poesia dedicata a Dio: «Non possiamo saperlo». Non possiamo sapere se Dio «è piccolo come un granello di sabbia», se «ha gli occhiali neri e due volpini al guinzaglio» o se invece «muore di fame, e ha freddo, e trema di febbre». Così come non possiamo sapere se per Eluana sia meglio vivere o morire. Se c’è una cosa che faremmo bene a imparare dal caso Englaro è che su questioni che toccano in profondità la coscienza e la sensibilità di ciascuno, la politica dovrebbe fare un passo indietro. Un passo indietro deciso e radicale. Una sorta di gesto di rispetto, come quando ci si toglie il cappello in chiesa o davanti a un morto. Mi ha fatto pena (e rabbia) il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, messa da Berlusconi di fronte all’aut aut: obbedire alla propria coscienza (non votando il decreto salva-Eluana) oppure dimettersi da ministro.

E mi risultano ancora meno comprensibili le convulsioni del Pd sui cosiddetti temi etici, come se un partito dovesse e potesse avere una linea anche su questioni che attengono alla coscienza individuale. Quando si parla di aborto, fecondazione assistita, testamento biologico, eutanasia, qualsiasi legge non potrà non urtare la sensibilità e le convinzioni profonde di una parte cospicua del Paese, spaccare i partiti, dividere persone che su tutto il resto sembrano andare d’accordo. Fare leggi sui temi etici è forse indispensabile, ma pensare che possa sempre esistere una legge giusta, valida per tutti, è solo un’illusione, come l’esempio dell’aborto illustra nel modo più chiaro: definire l’aborto un infanticidio è ovviamente inaccettabile per chi considera il feto soltanto un insieme di cellule, ma renderlo legittimo è inaccettabile per chi pensa che il feto sia già una persona, portatrice di sensibilità e diritti.

Da dilemmi come questi, purtroppo, non si esce mai con una legge giusta, ma solo con una legge rispettosa, che cioè rispecchi il più fedelmente possibile la sensibilità prevalente in una certa società e in un certo tempo, e possibilmente non umili la sensibilità di chi pensa controcorrente. Per questo è essenziale depoliticizzare il dibattito pubblico. Se sai che non può esistere la soluzione giusta, se sai che il tuo punto di vista non è l’unico possibile, se sai che la risposta alla maggior parte delle tue domande è «non possiamo saperlo», diventa naturale abbandonare il linguaggio della certezza e dello scontro, e passare al più civile registro del dubbio. Non cercare di imporre le certezze della maggioranza parlamentare, ma cercare di ascoltare i dubbi della minoranza. Anche perché, non appena si parla di temi come questi, i concetti di maggioranza e minoranza diventano assai fluidi: il governo potrebbe avere i numeri per imporre una legge in Parlamento, ma un referendum potrebbe riservargli un’amara sorpresa.

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