De Giovanni: «Partito democratico inesistente, nelle città governano i clan»

4 Feb 09

Mario Porqueddu

Il filosofo della politica: «Si inseriscono nel vuoto terribile che si è aperto tra politica e società»

«È un fatto di brutalità sanguinaria, che addolora». Ma questo non basta, è scontato, bisogna sforzarsi di dire altro. Il professor Biagio de Giovanni, filosofo della politica, ci prova. E a poche ore dall’omicidio di un consigliere comunale a Castellammare di Stabia, quello che gli viene in mente è radicale: «In questa terra viviamo un vuoto in cui può succedere di tutto. Pensare di colmarlo mettendo per strada altri uomini delle forze dell’ordine, altri soldati, è assurdo: non possono riempirlo loro. Tocca ad altri soggetti e a un altro tipo di controllo democratico. Quello che è andato perduto».

A cosa si riferisce, professore?
«Sono interrotte le comunicazioni tra società e politica. I partiti non ci sono più. Il Pd, per parlare di quello che conosco da vicino, di fatto non esiste: è virtuale, aereo».

Manca quello che per anni è stato l’anello che metteva in comunicazione società e istituzioni.
«Sì, e quando questi collegamenti si spezzano si apre uno spazio, un vuoto terribile, nel quale le istituzioni non sono più protette da un pensiero comune, da idee condivise, da gruppi sociali, politici e umani che partecipano a un dibattito pubblico. E, anzi, sono esposte al contatto con una “vita immediata” che in una regione come la nostra può assumere l’aspetto della criminalità. La camorra si è inserita nella crisi dello spazio pubblico democratico come mai aveva fatto prima d’ora. Governa interi quartieri, questo è un fatto noto».

Appunto, non è una novità….
«Ma l’impressione è che le cose siano peggiorate. Il Pil della camorra è molto più alto di un tempo. Questo deve dirci qualcosa, indicarci quale sia la capacità di aggregazione sociale della camorra. E ancora: il miscuglio tra economia legale e illegale è sempre più evidente. I confini sono sottili. Oggi la camorra non vive più con il pizzo o con attività clandestine, ma è impegnata negli appalti e nell’attività economica ufficiale. È un tarlo dell’economia legale. Altro segnale che la qualità del fenomeno è cresciuta».

E questo è colpa della politica?
«Non voglio, come si usa dire, buttarla in politica. Ma il ceto politico si è separato, sta in un mondo a parte, non avverte più lo spirito critico. Così, attorno alle istituzioni viene a mancare il tessuto che solo può garantire controllo democratico. E anche le forze dell’ordine non hanno più una missione che vada al di là della repressione».

Che fare?
«Le classi dirigenti dovrebbero favorire la costruzione di un tessuto aggregativo nella società. Il problema delle nostre società è lo svuotamento dell’aggregazione, i sensi di vuoto, le noie nichilistiche che conducono a episodi di violenza come quelli delle scorse settimane, che non c’entrano con il razzismo. Però non si è avvertito lo sforzo politico della costruzione di quel tessuto di cui abbiamo bisogno. I partiti sono camarille di potere nelle quali girano inimicizie, odi. Invece le aggregazioni devono essere comunità».

Quindi?
«Le forze politiche devono recuperare il senso dello Stato, collaborare alla restaurazione di una auctoritas, invece di dare vita a questa guerra giornaliera. Le responsabilità sono di tutti, maggioranza e opposizione. L’odio cresce invece di diminuire, c’è mancanza di riconoscimento reciproco. Questo non aiuta, non dà il senso dell’unità di una nazione».

Se i partiti «non esistono» come possono affrontare simili sfide?
«Possono correggersi, anche se non saranno più i vecchi partiti che conoscevamo. E poi forse è il momento di quelle che Giuseppe De Rita chiama minoranze attive, che nelle società in disgregazione sono importanti. Penso a minoranze non politicamente organizzate ma che sappiano stimolare il dibattito pubblico e far valere progetti sul territorio. A Napoli abbiamo visto il fallimento di Bagnoli o di Napoli-Est. Se si riuscisse a realizzare qualcosa diminuirebbe la possibilità di incidenza della criminalità organizzata, per il solo fatto che avrebbe più ostacoli da superare».

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