Scelta riformista o cesarismo autoritario

21 Dic 08

Eugenio Scalfari

I partiti non fanno più politica. Hanno degenerato e questa è l’origine dei mali d’Italia. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani, oppure distorcendoli senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello: non sono più organizzazioni che promuovono la maturazione civile e l’iniziativa del popolo, ma piuttosto federazioni di correnti e di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”.
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali.

Molti italiani si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato e delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ottenuto vantaggi o sperano di riceverne o temono di non riceverne più.
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendovi dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale nell’Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo.

Ecco perché la questione morale è il centro del problema italiano ed ecco perché i partiti possono provare ad esser forze di serio rinnovamento soltanto se affronteranno in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.

Queste righe che fin qui avete letto non le ho scritte io, non sono farina del mio sacco anche se le condivido parola per parola, e non sono neppure la citazione di qualche discorso di uomini politici di sinistra o di destra pronunciati in questi giorni.

Queste frasi le ha pronunciate Enrico Berlinguer in un’intervista pubblicata su Repubblica il 28 luglio del 1981, cioè ventisette anni fa e undici anni prima dell’inizio di Tangentopoli, ma è tremenda la loro attualità. E’ tremenda perché significa che quel vizio non è stato estirpato e neppure scalfito. Permane esattamente come l’allora segretario del Partito comunista italiano l’aveva diagnosticato, con l’aggravante che ora la “diversità” comunista è caduta insieme all’ideologia che ne era in qualche modo il presidio.

Che sia caduta l’ideologia è senza dubbio un bene. La diversità non ha avuto più alcun appiglio ed è caduta anch’essa. La destra in questi giorni festeggia perché la sinistra non potrà più invocarla come un elemento di superiorità. Finalmente, dicono i berlusconiani, siamo tutti eguali.

Ma eguali nel peggio. Non sono le virtù civiche della destra ad essersi elevate dalla ricerca del bene proprio a quella del bene comune ma, semmai, quelle della sinistra ad essersi indebolite.

Quanto agli italiani, è vero che una parte di loro era ed è sotto ricatto come diceva Berlinguer, a causa dei favori ricevuti o attesi, ma la parte maggiore è soltanto schifata, ha perso fiducia, non ha più speranze, travolge nella stessa condanna la politica, i partiti, le istituzioni, la magistratura, le banche, il mercato. Metà degli elettori non vota più. Soltanto il Quirinale è esente da questo crollo di credibilità. E’ importante che il presidente della Repubblica riscuota fiducia e rispetto da una quasi unanimità dei cittadini, ma non è sufficiente.

Il centrodestra, malgrado alcuni recenti scricchiolii, ha ancora il compatto sostegno dei suoi elettori, anche se su una base che si va restringendo.

Il centrosinistra, cioè il Partito democratico, ha fatto l’altro ieri la sua prima resa dei conti. C’è stato un ampio dibattito, una seria autocritica, le premesse d’una nuova partenza a poco più d’un anno dall’esordio. L’accoglienza dei “media” è stata nel complesso tiepida.

Come spesso accade, le cronache hanno dato maggior risalto alle polemiche interne che alle diagnosi condivise. Il mestiere crudele del giornalismo reclama soluzioni nette, bianco o nero, chi ha vinto e chi ha perso. Non sempre questo criterio riesce a cogliere la sostanza e meno che mai quando lo si applica alla politica. Perciò mettiamoci occhiali appropriati e guardiamo più a fondo quanto sta accadendo.

* * *

“Disuguaglianza sociale. Il dramma che l’Italia oggi sta vivendo è contenuto in queste due parole. Disuguaglianza sociale. È questa la grande, moderna questione che si pone oggi di fronte a noi. Colpevole non vedere, non rendersene conto. Imperdonabile non sentire bruciante sulla nostra pelle, per le nostre coscienze, il dovere di offrire risposte a questa realtà”.
Le cronache dei giornali di ieri non riportano queste parole o ne fanno un cenno distratto, eppure esse aprono la relazione di Veltroni all’assise del Partito democratico e il fatto che non si tratti d’uno slogan ma di una drammatica constatazione è documentato da un lungo elenco di cifre e di situazioni che occupano la prima parte del discorso del segretario del Pd.

Sono cifre e situazioni che conosciamo, che provengono da fonti ufficiali e che non raccontano soltanto quanto avviene in Italia ma in tutto l’Occidente e in tutto il pianeta. La settimana scorsa citammo il pensiero di Joseph Stiglitz, premio Nobel dell’economia che individuava anche lui nella distribuzione malformata della ricchezza la piaga del mondo intero.

Si è scritto e detto che problemi di queste dimensioni non si affrontano soltanto con specifici provvedimenti se alle loro spalle non c’è una scelta culturale. Qual è la cultura della sinistra? Ebbene, è questa la cultura della sinistra: combattere la disuguaglianza sociale con tutti i mezzi che la politica è in grado di mobilitare. Nella relazione del segretario del Pd questi mezzi sono ampiamente elencati. Descritti. Confrontati con le risorse disponibili. Collocati dentro un calendario preciso. Dimostrati compatibili con le regole europee. Calati in un impegno programmatico. Non è questo che tutti gli osservatori e i critici indipendenti suggerivano, chiedevano, reclamavano? Ed ora che la risposta è arrivata ed è stata confortata da un voto quasi unanime, facciamo finta che si tratti solo di parole? Volevate dunque veleni e pugnali? Non siamo proprio noi, osservatori e critici indipendenti, a ricordare che in politica le parole sono pietre?

* * *

L’elenco degli obiettivi concreti, dei mezzi necessari a realizzarli, è lungo ed occupa almeno un terzo di quel documento, ma il punto centrale è questo: bisogna usare la leva del bilancio, la politica monetaria non basta più.

Bisogna cioè mandare il bilancio in deficit per il 2009 che sarà l’anno terribile della recessione. In deficit di un punto di pil, 16 miliardi di euro da aggiungere a quello stentato mezzo punto che Tremonti ha finora stanziato e che è chiaramente insufficiente a far fronte alla tempesta. Si tratta dunque di 22 miliardi complessivi per alleggerire il peso fiscale sul lavoro e sulle famiglie con effetti duraturi, per estendere alla massa di lavoratori precari la cassa integrazione, per istituire un sostegno di disoccupazione che duri almeno due anni. Nello stesso tempo occorre approvare un piano di rientro graduale del deficit nei limiti europei, che ci riporti all’equilibrio nel corso del biennio 2010-2011.

Questa è la proposta nelle sue linee essenziali. Una proposta da sinistra di governo, europea e responsabile, sulla quale raccogliere forza, consenso, alleanze politiche e sociali.

* * *

Ci sono altri punti nel programma di Veltroni: scuola e università, riforma della giustizia, energie alternative al petrolio, regole di mercato a tutela della concorrenza e delle pari opportunità sociali.

Ma i temi sui quali si aspettava al varco il segretario del Pd non erano questi. La mancanza di programmi alimenta la geremiade delle critiche, ma quando quella lacuna viene colmata le teste si voltano subito dall’altra parte perché i programmi annoiano chi è chiamato a dare un giudizio veloce e semplificato. Sicché si aspettava Veltroni al varco sul tema delle alleanze secondo l’adagio “dimmi con chi stai e ti dirò chi sei”. Lo aspettavano al varco i “media” ma anche all’interno del Partito democratico.

Follini aveva presentato un ordine del giorno anti-Di Pietro, Enrico Letta e anche Massimo D’Alema guardavano con favore a quella proposta proponendo un’alleanza stabile con l’Udc di Casini. Altri perseguivano invece accordi con la sinistra di Vendola e di Bertinotti. Prospettive astratte sotto l’apparenza della concretezza.

Se il partito di Casini si alleasse stabilmente con il Pd perderebbe a dir poco metà dei suoi elettori che sarebbero risucchiati nell’area berlusconiana. E se il Pd si alleasse stabilmente con la sinistra di Vendola, perderebbe gran parte degli ex Margherita che sarebbero risucchiati da Casini. Proposte di questo genere non sono dunque politicamente apprezzabili.
E vero invece che il Pd è oggettivamente il partito più forte dell’opposizione. Se riuscirà a rilanciare la sua immagine, le altre opposizioni, ciascuna nei suoi modi e nei suoi tempi, troveranno elementi di raccordo per marciare separati e colpire uniti il comune avversario.

Resta il problema Di Pietro che però non è la causa ma l’effetto della crisi del Pd. Di Pietro ha intercettato il “grillismo” che è l’effetto della debolezza dei partiti della sinistra e del riformismo democratico. Se il riformismo non delude, il “grillismo” declina e di Pietro anche. Con lui comunque l’alleanza è rotta da un pezzo. Alleanze locali non fanno testo anche se è meglio limitarle al minimo.

* * *

Veltroni ha fatto molti errori. Ha perso troppo tempo e non ha avuto idee chiare sulla natura del partito da creare. Ha ragione D’Alema di lamentare un’amalgama senza strutture. Ha ragione Chiamparino di reclamare un ascolto finora scarso delle esigenze del Nord. Hanno ragione i molti che reclamano rigore e non tolleranza verso le pastette di molti amministratori meridionali Il dibattito è stato vivace e in certi momenti aspro.

Contributi di valore sono venuti da D’Alema, Reichlin, Ruffolo, Bersani. Bassolino ha parlato anche lui senza neppure una volta nominare Napoli e la Campania. Una reticenza di queste proporzioni non si era mai vista prima da parte di un vecchio dirigente politico. A volte il vino migliora con gli anni ma altre volte svapora e diventa aceto. Il caso Bassolino è uno di questi.

* * *

Non si può eludere la domanda se Veltroni esca rafforzato da questo dibattito e se il Partito democratico possa superare la pessima congiuntura delle ultime settimane. Se è vero che la questione morale e quella della disuguaglianza sociale costituiscono il cuore del problema italiano (e mondiale), aver messo tutte e due al primo posto nell’agenda del Pd dà buone prospettive al rilancio di quel partito. In parte dipende da Veltroni, D’Alema, Bersani, Franceschini, Marini e gli altri dirigenti vecchi e nuovi. In parte dai giovani di seconda e terza fila per i quali è venuta l’ora di farsi avanti. Ma in grandissima parte da tutti quelli che sperano e vogliono un riformismo serio, audace e vorrei dire allegro, impegnato, competitivo, creativo. Il partito deve fornire le infrastrutture affinché il riformismo divenga adulto e sia luogo di rinnovamento di una società spaventata e atterrita.

Se il riformismo pianterà le sue radici anche la destra cambierà. La società italiana cambierà. Al di là delle diverse opinioni, questa dovrebbe essere una speranza comune nella direzione che ogni giorno ci indica Giorgio Napolitano insieme con lui Ciampi e Scalfaro. Per il bene della democrazia e della Repubblica.

* * *

Post Scriptum. Ieri sera Berlusconi ha lanciato l’ennesima provocazione: ha proposto l’elezione diretta del Capo dello Stato, cioè un plebiscito sul suo nome. Ha aggiunto che lo metterà in votazione tra qualche tempo. Si completerebbe così il disegno che da tempo porta avanti di uno stravolgimento costituzionale culminante nel cesarismo. Davanti ad un personaggio di questa natura non si capisce come possa nascere il Partito della libertà, cioè l’unione tra Forza Italia e An con dentro Fini che pochi giorni fa ha condannato il cesarismo mentre Bossi dichiarava: “Non vogliamo monarchie”. O sono tutti ipocriti o sono tutti ammattiti.

In queste condizioni il Pd e le altre forze di opposizione sono la sola diga che possa trattenere l’Italia in un quadro democratico europeo impedendo un’avventura con sbocchi autoritari. La grande crisi del 1929 produsse due soluzioni politiche nel mondo occidentale: quella democratica di Roosevelt e quella fascista e nazista. Le condizioni attuali non sono quelle di allora ma la scelta è ancora una volta questa. Noi italiani abbiamo già dato.

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