Le riforme (non) possono attendere

9 Dic 08

Michele Ainis

Come Alessandro Del Piero, il gabinetto Berlusconi esibisce un doppio passo. Svelto e deciso se si tratta d’apprestare le regole per i cittadini; lento e molle, quando non proprio fermo al palo, sulle regole di governo. In questi sette mesi di legislatura non c’è emergenza che non abbia ricevuto il suo tampone, dal blocco dei rifiuti all’Alitalia, dall’immigrazione clandestina alle tasse sulla casa, dalla sicurezza in città alla crisi dei mercati. Tuttavia il decisionismo evapora assieme alle buone intenzioni se c’è da chiamare i muratori sulle fondamenta del sistema, sulla governance complessiva di questo Paese, che pure reclamerebbe non meno urgenti correzioni.

Quanto all’edificio istituzionale, l’elenco ha più capitoli dei grani d’un rosario. Il bicameralismo? Con due assemblee gemelle per composizione e per funzioni è diventato più un intralcio che una garanzia, ma intanto l’intralcio è sempre lì, come una carcassa sui binari. I poteri del premier? Prodi non poteva revocare i suoi ministri, né può farlo Berlusconi. La sfiducia costruttiva? Calderoli l’ha promessa il mese scorso, da qualche parte dev’esserci una bozza di riforma, però così segreta che non ne sanno nulla neppure gli agenti segreti. Le procedure con cui decide il Parlamento? Qui invece il testo c’è, e c’è dal 1º luglio, con la proposta di modifica dei regolamenti parlamentari depositata dai capigruppo Pdl; ma è rimasto chiuso in un cassetto, nonostante le polemiche contro la pioggia dei decreti, e benché due Camere efficienti smonterebbero l’alibi dietro al quale si ripara ogni governo, quando abusa per l’appunto dei decreti.

Senza dire della legge elettorale, impresentabile eppure – a quanto pare – inemendabile, dato che la maggioranza non è riuscita a correggere neanche quella con cui voteremo alle prossime europee. O senza chiamare in causa la riforma dei partiti, le oscure modalità con cui avviene la selezione della loro classe dirigente, i poteri degli iscritti, le storture del finanziamento pubblico. O il governo dei giudici, che non è cambiato d’una virgola benché sia stato annunziato già da tempo il progetto di un nuovo Csm. O infine la riforma delle Authority, che sono troppe, e si pestano i piedi a vicenda. E il federalismo fiscale? Sin qui una nebulosa in cui si smarrirebbe perfino un astronauta. E l’abolizione delle province? Sì, o meglio nì, vediamo, non c’è fretta.

Si dirà: ma le riforme istituzionali chiedono tempo, vanno ben ponderate. Giusto, però trent’anni possono bastare, giacché cadeva il 1979 quando Craxi pose per primo la questione. Inoltre se tutti gli altri governi non sono stati fulmini di guerra, su questo fronte l’inerzia del governo Berlusconi è più grave, più vistosa. Sia in rapporto alla velocità supersonica con cui l’esecutivo in carica ha preso di petto ogni altra faccenda. Sia rispetto all’investimento che vi ha operato fin dal suo battesimo, raddoppiando i ministri delegati alle riforme. Questi due ministri (Bossi e Calderoli) sono entrambi della Lega, sicché l’impasse è fonte d’imbarazzo innanzitutto per questo partito. Ma in qualche misura dovrà pur imbarazzare la stessa opposizione, se è vero che le regole del gioco vanno condivise da tutti i giocatori, e se è vero inoltre che il centrosinistra fa muro perfino quando la maggioranza accoglie i suoi suggerimenti (è accaduto per il decreto Gelmini).

Però il vuoto di riforme non danneggia unicamente la credibilità dei partiti. Ci danneggia tutti, perché l’Italia soffre di cattivo rendimento (49º posto, dietro il Portorico e le Barbados, secondo il Global Competitiveness Index 2008-2009), nonché di scarso ricambio nelle classi dirigenti (con il record europeo di settantenni, come attesta il Rapporto Luiss 2008). A tale riguardo le riforme istituzionali sono la prima pietra, tuttavia non certo l’ultima. C’è bisogno di una nuova governance che impedisca per esempio d’incontrare rettori in carica da 25 anni (a Brescia) o da 22 (a Napoli). C’è bisogno, in una parola, di governi forti e rinnovati a ogni livello. Perché il pesce, come dicono al Sud, puzza sempre dalla testa.

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