Villari e l’elettore schiavo

25 Nov 08

Michele Ainis

Tutto sommato dovremmo essergli grati. Non tanto per aver resuscitato Kafka in Parlamento, come ha detto il presidente del Consiglio; benché in quei corridoi qualche lettura in più, diciamo così, non guasterebbe. Quanto perché la strenua resistenza del senatore Villari ci fa spalancare gli occhi su un buco nero della nostra vita pubblica. Lui magari avrà tutte le ragioni, deve pur esserci un limite all’arroganza dei partiti, che prima ti fanno papa e il giorno dopo vorrebbero degradarti a sagrestano. Ha dalla sua pure il vocabolario, che contempla la voce «mi dimetto», ma non anche quella «ti dimetto». La sua elezione a presidente della Vigilanza Rai è stata assolutamente regolare, nel pieno rispetto delle forme e delle procedure. Infine il regolamento della commissione, pur dopo le tre modifiche approvate dopo il 1975, non menziona le dimissioni coatte del presidente eletto. E dunque perché mai l’eletto dovrebbe liberare la poltrona, solo perché glielo domanda l’elettore?

Ecco, è esattamente in questo punto che s’allarga il buco nero. Ed è questa voragine che ingoia i nostri poteri d’elettori, ogni volta che siamo chiamati a esercitarli. Vale per i parlamentari, come dimostra per esempio il caso Mele, che nessuno ha potuto schiodare dal suo seggio pur dopo aver scoperto come il moralista pubblico fosse in privato un immorale. Ma vale altresì per il rettore, per il presidente d’un Rotary club, per il rappresentante dei genitori in consiglio di classe. Tu lo voti, lì per lì ti dà fiducia, poi il minuto dopo lui rovescia ogni promessa nel suo opposto. Oppure dà di matto, e di nuovo tu non ci puoi far nulla. Sicché ti risuona nelle orecchie la sentenza di Rousseau: «Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia. È libero soltanto durante l’elezione dei membri del Parlamento; appena questi sono eletti, il popolo diventa schiavo, non è più niente».

Eppure un anticorpo ci sarebbe: la revoca, la mozione di sfiducia. Ipotesi dichiarata «irresponsabile» dai capigruppo Pdl, in una lettera ospitata ieri dal Corriere della sera. Se oggi fosse praticata contro Villari – si legge in quella lettera – domani potrebbero restarne vittima gli stessi presidenti di Camera e Senato. Ma irresponsabile è in realtà il potere senza responsabilità, il potere che non deve rispondere a nessuno delle proprie decisioni, perché ha rotto il cordone ombelicale con il popolo votante. E d’altronde la Costituzione italiana tiene quel cordone teso sia verso il governo (che ha l’obbligo di dimettersi dopo un voto di sfiducia delle Camere), sia verso il Capo dello Stato (attraverso l’impeachment). Perché mai la regola che governa i piani alti del nostro ordinamento dovrebbe eclissarsi ai piani bassi? Perché mai se cambio idea posso revocare l’avvocato, ma non anche il deputato?

Insomma viva Villari. Perché il suo caso, comunque si concluda, può impartirci una lezione. E a sua volta la lezione riguarda un pubblico più vasto dei segretari di partito, dei loro delegati dentro la commissione di Vigilanza Rai. Ci coinvolge tutti, e coinvolge la nostra vita associativa. Sicché delle due l’una: o la libertà dell’elettore, oppure quella dell’eletto. O la reversibilità delle scelte elettorali, oppure un tram senza ritorno. O un matrimonio rinnovato di ora in ora, oppure la negazione del divorzio. Ma dopotutto al divorzio fra moglie e marito siamo già arrivati. Ora non sarebbe male conquistarsi il divorzio dagli eletti.

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