Solo una dea bendata ci salverà

9 Nov 08

Michele Ainis

All’università telefoni bollenti. Smistare il traffico era già un’impresa prima, con 4 professori da eleggere in ciascuna commissione di concorso, e con 4.020 posti da assegnare; ora che c’è da eleggerne il triplo, chi ci guadagna è di sicuro la Telecom. Ma ci guadagna altresì la trasparenza, l’imparzialità, la regola del merito nel reclutamento dei docenti. Non solo perché s’allarga la platea dei commissari potenziali, quanto piuttosto perché sarà un sorteggio a decidere i signori dei concorsi. Ne eleggi 12, infili i loro nomi dentro un bussolotto, ne tiri fuori 4 a caso. Insieme col membro designato dall’ateneo che ha pubblicato il bando, in commissione saranno sempre in 5 a giocare la partita delle cattedre; ma per quattro quinti spetterà alla dea bendata assegnare i posti in tavola.

E dunque stop alle cordate, alle scalate, agli scambi di posti e di favori. Via il potere dei gruppuscoli (ce n’è in ogni disciplina) che passano tutto il tempo a tessere concorsi mentre gli altri frequentano convegni. Potenza del sorteggio, giustamente auspicato da Gavazzi in un fondo del 3 novembre sul Corriere della Sera, ma anche da chi scrive in un elzeviro ospitato il 19 ottobre dalla Stampa. Perché il sorteggio soddisfa un’esigenza che altrimenti rimarrebbe inappagata – l’esigenza di rendere ogni singola scelta il più possibile neutrale, di liberarla dal sospetto d’intrallazzi, combine, favoritismi. Sia pure a scapito – almeno in questo caso – della celerità.

Nella Atene di Pericle
Qualche ritardo si sconterà per forza, dato che in molti raggruppamenti concorsuali non esistono abbastanza professori per riempire tutte le caselle; sicché c’è da attendersi un’elezione suppletiva, e magari un’altra ancora, attingendo dai raggruppamenti affini. E allora meglio un unico concorso nazionale, purché sia celebrato tirando in aria i dadi.

D’altra parte non è affatto un caso se il sistema dei sorteggi venne impiegato in lungo e in largo nell’epoca di Pericle, quando la democrazia diffuse i suoi primi vagiti. Nel V secolo ad Atene era formato per sorteggio il Consiglio dei Cinquecento, cui spettava l’iniziativa delle leggi, la gestione delle finanze pubbliche, il controllo dell’esercito, le relazioni estere, la sicurezza cittadina. Gli arconti, che via via assorbirono le prerogative degli antichi re, venivano anch’essi estratti a sorte in ragione di uno per tribù. Erano parimenti sorteggiati i magistrati, quantomeno nel loro maggior numero. E infatti Aristotele, nella Retorica, definisce la democrazia come il regime nel quale le cariche si distribuiscono col sorteggio; mentre nella Politica aggiunge che quando le magistrature vengono elette, anziché sorteggiate, c’è allora un’aristocrazia. Questo medesimo concetto, del resto, affiora già nella Repubblica di Platone, dove il sorteggio si lega all’idea dell’eguaglianza fra tutti i cittadini.

Un sistema già sperimentato
Insomma per coltivare il nuovo seme c’è bisogno di un po’ di terra antica. Ma sul fronte dei concorsi l’esperimento non è del tutto inedito, neppure all’università. Fino agli anni Novanta del secolo trascorso il sorteggio funzionava con una procedura variabile a seconda che fossero messi in palio posti da ordinario o da associato: o s’eleggeva un numero doppio di professori, sorteggiandone successivamente la metà; oppure ne veniva sorteggiato il doppio, e in seguito si procedeva a elezione fra i docenti sorteggiati. Dopo di che il sorteggio è andato per molti anni in naftalina, con le nefaste conseguenze che sappiamo. Sempre il sorteggio decideva un tempo le commissioni per selezionare i dirigenti ospedalieri: la legge n. 148 del 1975 stabiliva infatti che vi sedesse un professore universitario estratto a sorte dagli elenchi nazionali, tre primari della materia anche loro sorteggiati, un medico ministeriale e un rappresentante dell’amministrazione locale. Sarà stato anche questo un effetto della sorte, ma da quando il sistema dei sorteggi non c’è più la politica si è impadronita delle nomine, lottizzando camici e pigiami.

Si tratta allora d’estendere la regola in questione, di renderla sempre vincolante quando un’amministrazione vara un bando di concorso. La sorte sarà pure cieca, avrà pure le sembianze d’una dea bendata e capricciosa, ma qualche volta è meglio non vederci anziché vedere soltanto i propri cari.

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