L’ombra della razza

2 Nov 08

Barbara Spinelli

Quel che sta succedendo nel sottosuolo americano, forse solo la letteratura può esplorarlo e dirlo: il dilemma fra il pensiero lucido e l’assillo istintivo, fra quel che professi in pubblico e quel che a mala pena confessi a te stesso. E il peso torbido della memoria, quella che incattivisce. Aiutano a comprendere, i giornali e i pronostici, ma giunti alla fine di una campagna elettorale così densa aiuta ancor più un racconto profetico di Hermann Melville: Benito Cereno. Il protagonista, detto lo Spagnolo, è il capitano di una nave, la San Dominick, che in un lungo periplo è preso in ostaggio dagli schiavi neri che trasporta. A salvarlo, lungo le patrie coste cilene, sopraggiunge il capitano Amasa Delano, che impersona l’America nordista, fiduciosa, ottimista.

Una certa ottusità innocente impedisce tuttavia all’americano di intuire il disastro, e solo all’ultimo egli capirà che lo spagnolo non è il malvagio da castigare, ma prigioniero del cruento ammutinamento guidato da un nero in apparenza innocuo, Babo. Babo voleva liberare gli schiavi, condurli in Africa, ma la liberazione è sfociata in atrocità cannibaliche.

Alla fine il buon capitano invita Cereno a dimenticare la trista avventura e a ricominciare la vita («Guardate, il sole che là risplende ha dimenticato ogni cosa, e così il mare e il cielo azzurro; hanno voltato pagina, loro»). Non così per Cereno, spezzato e marchiato per sempre dalla memoria. «Voi siete salvo», ribatte Delano sorpreso, «che cosa vi ha gettato addosso quest’ombra?». «Il negro», risponde Cereno.

Se il voto del 4 novembre è un ciclone, il suo occhio è qui: in quest’ombra secolare che fatica a cancellarsi. Nel nodo intricatissimo che il vecchio marinaio bianco porge a Delano, perché lo sciolga come si fa con gli enigmi. Quando Melville pubblicò il racconto, nel 1856, l’America era in tumulto razziale, e cinque anni dopo il Nord abolizionista entrò in guerra con il Sud schiavista. Non per questo l’ombra americana si dissolse: né quella del crimine bianco, né quella dei neri tentati dal separatismo violento. La segregazione sarà abolita solo dal presidente Lyndon Johnson, e neanche allora l’Unione divenne vera unione. Quando firmò l’Atto sui Diritti civili, nel ’64, Johnson predisse una secessione interiore del Sud: per generazioni, il Sud avrebbe punito i democratici. Obama conosce le insidie dell’Unione incompiuta.

Quest’anno, tuttavia, è assai speciale. L’impero volitivo è divenuto un colosso che ha perso l’equilibrio. Crollo dell’economia, dell’influenza nel mondo, di guerre invincibili: l’amministrazione Bush ha accentuato una frana già da decenni avvertibile (distacco del dollaro dall’oro, fine della guerra fredda) e gli americani sono alle prese con chimere d’un tratto sfatate. Gli ultimi otto anni sono stati un’unica bolla illusoria, fatta di smisurata sicurezza di sé, di fede nei trucchi dell’ideologia, di incompetenza, di cecità. È il motivo per cui Obama, cosciente della bancarotta, viene sulla carta dato per vincente.

Ma quel che è scritto sulla carta non dice necessariamente la realtà del sottosuolo, il suo ribollire irrazionale, l’incapacità di sottrarsi alla memoria quando essa si traveste in Erinni. Non dice l’ombra del nero, presente in tanti americani bianchi declassati: soprattutto nelle piccole città della Virginia, della Pennsylvania, del Midwest, che Obama ha descritto con parole crude e vere in un discorso tuttora malvisto del 6 aprile (la frustrazione economica che spinge i declassati a abbracciare fucili, fondamentalismo religioso o xenofobia; che rende disgustosa la politica e attraente la bellicosità su cultura e Valori). Quest’America è conquistata dalla calma coerenza con cui Obama parla di economia, ma una parte del suo animo è come navigasse nella nave alla deriva cui Melville dà, non fortuitamente, il nome di San Dominick. Nell’isola di Santo Domingo (Haiti dal 1804) avvenne la prima liberazione dalla schiavitù nera, durante la Rivoluzione francese. Guidata dal nero illuminato Toussaint Louverture, essa degenerò in massacri di bianchi. La mirabile prefazione di Guido Carboni, nell’edizione Einaudi di Benito Cereno, spiega quanto pesino sull’oggi quei drammi: la cultura nera che fugge nell’invisibilità, il «confine orribile eppure rassicurante» che l’America sommersa sogna di preservare tra i colori, il mulatto visto come massimamente infido.

La tendenza dei liberali ottimisti, negli Stati Uniti, è di dimenticare l’ombra o accomodarsi. Come Delano, si fanno carezzare da dolci alisei e si dicono che anche l’America, come il sole, ha voltato pagina. Può darsi che il 4 novembre confermerà il risveglio già in corso: milioni di neri, giovani, astensionisti, si sono iscritti al voto. Ma gli analisti che studiano il fenomeno razziale sostengono che una cosa sono i sondaggi, altra gli intimi patemi dei bianchi: è il dilemma su cui insiste, da mesi, Nicholas Kristof sul New York Times. Esiste un razzismo ignaro (un «razzismo senza razzisti»), che può troncare il cammino di Obama. C’è un 10 per cento di americani dichiaratamente razzisti (pronti anche alla violenza) che in ogni caso non voterebbero democratico. Ma i bianchi che senza esser razzisti hanno clandestine prevenzioni razziali sono molti: il 40-50 per cento.

Alcuni studi di psicologia sociale, diretti dal professor Thierry Devos dell’università di San Diego, confermano il groviglio persistente di ombre e di nodi. Le indagini rivelano un «baratro fra quel che l’americano bianco pensa esplicitamente e implicitamente». Esplicitamente egli fa propri i principi dell’uguaglianza e della mescolanza di culture. Spesso gli capita di sospettare che i neri possano essere perfino più patriottici di certi bianchi. Ma ben diversamente parla l’inconscio (il «pregiudizio implicito», automatico): in tal caso è solo il bianco ad apparire americano, non l’afro-americano e ancor meno l’asiatico-americano. Il pregiudizio è potente anche nei neri, che da secoli interiorizzano lo stereotipo dei bianchi (è parte della strategia dell’invisibilità). A ciò s’aggiunga la diffidenza deviata, che usa surrogati come la religione. Quasi un terzo degli elettori è convinto che Obama sia musulmano (e se anche lo fosse? ha chiesto Colin Powell) e non sono pochi i conservatori cristiani che vedono in lui l’anticristo: il 10 per cento degli americani è comunque persuaso di vivere l’Apocalisse. I meno scortesi affermano che Obama non ha esperienza. Non a caso McCain attacca Obama l’alieno, soprattutto quando s’abbarbica a Sarah Palin che è la sua punta non di diamante ma di veleno: sul candidato nero il ticket non dice nulla, ma «i veri americani sono altrove».

Obama sa le ombre, tutte. Sa che se vince sarà una rivoluzione per l’America, e un trauma. Ne ha un ricordo personale: la sua amatissima nonna lo ha cresciuto adorandolo, ma sotterraneamente aveva paura dei neri. Agli amici, confida che la battaglia non finirà con una vittoria. Che bisognerà vincere le diffidenze razziali dei bianchi e anche dei neri. Sa di essere un diverso in ambedue i mondi.

Fuori dagli Stati Uniti si guarda a Obama con tensione, speranza. I terroristi, temendo diminuzioni di reclute, preferiscono McCain. Sul sito dell’Economist, un sondaggio mondiale ha votato Obama in massa. La copertina del settimanale è tutta bianca, al centro il candidato nero avanza come venendo da lontano. It’s Time, è il titolo. È l’ora.

La politica estera Usa muterebbe, ma meno del previsto. La fede di Obama nell’eccezionalismo della civiltà Usa è intensa. Ma in America la sua vittoria scuoterebbe i fondamenti. Culturalmente li scuoterebbe anche in Europa: in quel che si muove o resta immobile nelle nostre menti, nel nostro sguardo sull’immigrato, il diverso. La lotta contro l’ombra di Benito Cereno è affidata a ciascuno: è tra le più urgenti.

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