Barack, falli sognare

2 Nov 08

Carlo Rossella

In queste due settimane di manifestazioni antigovernative a Roma, a partire da quella del Pd al Circo Massimo, tre cartelli hanno attratto la mia attenzione. Sul primo c’era scritto: «Forza Obama». Sul secondo: «Obama facce sogna’». Sul terzo, visto in piazza del Popolo giovedì 30 ottobre: «Obama pensace tu».

I tre cartelli, ma non erano gli unici a riferirsi al candidato democratico alle elezioni americane, esprimevano un sentimento molto diffuso nel centro-sinistra italiano.

Una passione espressa dai leader, a partire da Walter Veltroni, segretario del Pd e obamiano della prima ora. È lui che ha scritto la prefazione della traduzione italiana di The Audacity of Hope, il saggio politico e ideologico di Obama. In piazza San Giovanni Veltroni, davanti a migliaia di dimostranti, ha invocato la vittoria di Obama. Ne aveva già copiato lo slogan «Yes we can», da lui tradotto in «se pò ffa», durante la scorsa campagna elettorale. Aveva anche preso ispirazioni dalle tecnologie mediatiche di Barack Hussein, e aveva puntato sul giovanilismo obamiano, allora concentrato contro la sessantunenne Hillary Clinton. Veltroni non era riuscito a sconfiggere il valoroso settantenne Silvio Berlusconi. L’obamamania non gli aveva portato fortuna. Ora il centro sinistra, redivivo Prodi compreso (l’articolo sul Messaggero è comparso giovedì 30 ottobre), punta su Obama per rivitalizzarsi, trovare una solida sponda americana, rilanciare, modificandolo, l’antico slogan dei fratelli Rosselli contro il fascismo. «Oggi in America, domani in Italia».
«L’analettico Obama», in caso di vittoria, sarà un medicinale usato in dosi massicce nel nostro Paese. Il centro sinistra si identifica con Obama perché pensa, in qualche modo, che la sua politica andrà nella direzione che i nostri auspicano: Stato sociale, fine del liberismo, economia sociale di mercato, redistribuzione della ricchezza, stop all’intervento in Iraq, nessun protagonismo ideologico americano nel mondo, dialogo con regimi tossici come l’Iran, forte aggancio con la sinistra europea e via sognando, rapporti molto freddi col governo del Cavaliere. Insomma un Obama tutto il contrario dei Bush padre e figlio, ma soprattutto di Ronald Reagan, il più grande presidente americano del Novecento, da sempre inviso ai progressisti made in Italy.

I nostri amano tirare la giacchetta ai candidati democratici americani per dar l’idea, ai loro sostenitori in Italia, di aver spinto i futuri inquilini della Casa Bianca dalla loro parte, di averli convinti delle loro idee. Accodandosi ai grandi pensano di ingrandirsi. Lo fecero con Jimmy Carter, ma timidamente, con Bill Clinton, in modo esplicito, col perdente Albert Gore, cui furono dedicati amorosi intenti, con John Kerry, considerato «uno de noi» e adesso con Obama.

A Gore e Kerry l’abbraccio degli italiani fu fatale. Obama dovrebbe fare gli scongiuri. È dal 1992 che le delegazioni della sinistra moderata partecipano alle convention, invitate dal partito democratico e dall’ala kennediana (Kerry Kennedy, nipote di John, era una iscritta d’onore dei Ds e lo è oggi del Pd). Ma la collocazione in sala degli ospiti venuti da Roma (se si esclude Francesco Rutelli, il più intimo, fra tutti, dei leaders democratici americani), è sempre stata ben lontana dalle prime file. Gli spettatori molto interessati sono sempre tornati sul Tevere con le pive nel sacco, al di là delle reboanti dichiarazioni al Tg3 e al Tg1. Quando Bill Clinton vinse, le loro illusioni su radicali cambiamenti nella politica americana si rivelarono spesso fallaci: il nuovo leader continuò infatti sulla strada del tanto vituperato «Ronnie» Reagan.

Gli americani, come ripete sempre una vecchia volpe come Henry Kissinger, sono prima di tutto americani. Anche Obama è così. Al di là di quel che dice o lascia intendere in questa campagna elettorale: non farà niente che non coincida con l’interesse nazionale, ma solo tutto ciò che servirà gli interessi dell’America. Non sarà il cireneo del mondo o della sinistra.

Anche Fidel Castro, come Veltroni, auspica ogni giorno la vittoria di Obama e lo scrive su Granma, l’organo del Comitato Centrale del Partito Comunista Cubano. E così il presidente venezuelano Hugo Chavez. Gli esponenti della sinistra mondiale, europea e non, fra martedì e mercoledì saranno davanti alla tv. E se Obama, il senatore più a sinistra di tutto il Senato americano, dovesse trionfare, si sentiranno parte di questa vittoria. Diranno in coro ai giornali e alle tv: «Da questo momento tutto cambia, il mondo è diverso». Illusioni di una notte d’autunno che si perderanno col tempo, via via che Obama e il suo governo affronteranno i gravi problemi che affliggono la superpotenza americana.

Le decisioni saranno prese, come è già accaduto, pensando agli Stati Uniti e ai loro abitanti, e non ai sogni degli amici romani. Con buona pace non solo del centro sinistra italiano, ma anche di quelle amabili ministre e damigelle del centro destra che, «un po’ per celia e un po’ per non morir», si sono innamorate di Obama.

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