Ma se vince Obama, vince anche Walter?

31 Ott 08

Andrea Romano

È il primo pomeriggio di mercoledì prossimo, 5 novembre. Nella sede del PD Walter Veltroni si presenta puntuale e sorridente ai giornalisti convocati in conferenza stampa e annuncia: “Abbiamo vinto anche noi. La trionfale elezione di Barack Obama alla Casa Bianca, insieme all’enorme maggioranza democratica che si profila al Congresso, rappresenta il segno di un epocale mutamento politico dal quale sarà presto investito anche il nostro paese. Gli Stati Uniti sono cambiati, l’Italia sta per cambiare. Il pendolo si è finalmente rimesso in movimento e il PD guarda con profonda fiducia alle prossime scadenze elettorali, a cominciare dalle elezioni regionali in Abruzzo”.

Forse non saranno esattamente queste le parole del segretario. Forse sarà meno sbrigativo il salto da Chicago a Montenero di Bisaccia. Ma è facilissima profezia immaginare che da Veltroni venga molto più di un biglietto di congratulazioni all’indirizzo del nuovo presidente degli Stati Uniti, nel caso in cui il voto di martedì confermi i sondaggi di questi giorni. Perché la probabile vittoria di Obama sarà per settimane, forse per mesi, uno degli asset fondamentali dell’iniziativa politica veltroniana. All’insegna della teoria del pendolo, per l’appunto. Ma anche del tentativo di associare almeno una piccola porzione dello straordinario valore carismatico di Obama alla leadership personale di Veltroni.

D’altra parte non vi sarebbe niente di male. Nella nostra storia repubblicana è sempre accaduto che quanto di particolarmente rilevante cambiava nella politica d’oltre confine (elezioni democratiche o colpi di stato) diventasse strumento di battaglia interna. Ogni volta con una buona misura di arbitrio e approssimazione, tirando la giacca ora all’icona di Ronald Reagan ora a quella di Tony Blair per adattarle ai costumi italiani. Ma non è questa nostra abitudine ad indurre qualche riflessione, mentre ci prepariamo a vivere l’inevitabile stagione dell’obamismo italiano. Piuttosto, è la fragilità della teoria del pendolo applicata alla concreta situazione italiana di questi anni. Così come l’altrettanto concreta possibilità di miracolare il corpo politico di Veltroni con una dose anche piccola della magia carismatica di Barack.

L’ultimo pendolo che effettivamente funzionò per la nostra sinistra fu quello degli anni Novanta. Anche allora la prima spinta venne dagli Stati Uniti, con un ciclo clintoniano che avrebbe contagiato con i suoi contenuti di innovazione la sinistra britannica e da lì quella italiana, tedesca e francese. Ognuna con la sua specificità nazionale, ma tutte nella condivisione di alcune coordinate ideologiche di fondo: riforma del welfare, scommessa sulla globalizzazione, legame tra crescita e redistribuzione, internazionalismo democratico, etc. Nel caso italiano, il pendolo poté fare bene il suo lavoro anche perché i protagonisti di quella stagione – in gran parte profughi politici dal doppio naufragio PCI e DC – avevano bisogno più del pane di una nuova narrazione unificante che restituisse senso e identità alla loro storia. E tale fu l’ideologia del socialismo europeo di quegli anni, passata per il filtro del blairismo-clintonismo e messa a confronto nell’agone italiano con un berlusconismo ancora acerbo e pieno di ingenuità. Oggi, al contrario, è il berlusconismo ad avere appena iniziato la sua nuova fase espansiva; a mostrarsi capace di fagocitare insegnamenti e travestimenti; ad avere appena abbandonato l’adolescenza per entrare nell’età adulta. Mentre dall’altra parte – intorno al PD di Veltroni – si vivono gli ultimi fuochi delle culture politiche maturate nel corso degli anni Novanta, con le stesse facce e le stesse parole d’ordine che abbiamo ascoltato dal 1996 in avanti.

Anche se dagli Stati Uniti oscillasse verso di noi ben più di un pendolo, persino una gigantesca palla d’acciaio, sarebbe difficile immaginare un qualche effetto sulla sinistra italiana così come essa si mostra nella sua antropologia contemporanea. Perché anche in politica l’innovazione migliore deve trovare un ambiente favorevole per impiantarsi e produrre buoni risultati. E già oggi, dalle nostre parti, l’innovazione obamiana viene raccolta e interpretata da chi testimonia tutt’altra storia con la propria narrativa politica e personale.

Da ultimo l’ha scritto con lucidità Giuliano Da Empoli nel suo libro su Obama pubblicato da Marsilio: il caso Barack ci dice che “i grandi leader politici sono quelli che riescono a raccontare le storie più belle”. Da questo punto di vista c’è ben poco da fare. La sua storia più bella Veltroni l’ha già raccontata. In varie puntate, dalla fine degli anni Ottanta in avanti. All’ultima ci hanno creduto in molti, ma sempre meno della maggioranza degli italiani. E anche per questo il confronto con Obama rischia di essere impietoso, non solo per lui ma per l’intero gruppo dirigente che si è istallato ai vertici del PD. Sommessamente, ci permettiamo un consiglio. Invece di vestire i panni davvero troppo stretti del Barack italiano, si decida ad avviare un percorso che con tutte le cautele del caso possa creare le condizioni ambientali favorevoli all’impianto di qualcosa di simile nella sua parte politica. Anche prendendosi tutto il tempo necessario. Perché oggi, se anche si presentasse in Largo del Nazareno l’incarnazione romana di Super Obama, sarebbe certamente lasciato fuori al freddo. Ben lontano dal governo ombra e in attesa del via libera di Veltroni, D’Alema o Franceschini.

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