Eccessi muscolari

30 Ott 08

Federico Geremicca

Che il confronto politico stesse scivolando lungo un insidioso piano inclinato, era sensazione diffusa ormai da settimane. La giornata di ieri – con l’ennesimo braccio di ferro al Senato sul decreto Gelmini e gli scontri tra studenti in piazza Navona – ha però rivelato come la situazione stia precipitando con una rapidità che non può non preoccupare. È possibile – naturalmente – che non sia già troppo tardi per trovare una via che riapra uno straccio di confronto tra governo e opposizione, e tiri fuori il Paese dal suo ultimo paradosso: il massimo della divisione sociale e politica (con punte di astio personale che rinviano direttamente alla passata, e non rimpianta, legislatura) proprio nel momento in cui vi sarebbe bisogno del massimo della coesione.

Il governo perde consensi ed è rapidamente sceso sotto la soglia del 50%; l’opposizione non ne guadagna, e anzi ne raccoglie sempre meno; il Paese appare preoccupato e diviso a metà: e in questo quadro, fatto di sfiducia crescente e confusione, i cittadini attendono gli effetti di una crisi economica che renderà nervoso e stentato il Natale di molte famiglie italiane.

Verrebbe da chiedersi com’è stato possibile e cosa sia successo: se non fosse che quello che accade (non sono trascorsi ancora sei mesi dall’insediamento del governo di Silvio Berlusconi) è quotidianamente sotto gli occhi di tutti. Non vorremmo sbagliare: ma la sensazione è che l’esecutivo prima di tutto – e poi il Paese nel suo complesso – inizino a pagare il conto di una politica di governo «muscolare» che in Italia, del resto, non ha portato mai bene a nessuno. Quello che è stato vissuto come un «attacco» generalizzato a intere categorie – dagli impiegati fannulloni ai giudici da far passare attraverso i tornelli, dai docenti universitari trasformati tutti in «baroni» a studenti e genitori definiti ora facinorosi ora vittime di strumentalizzazioni – ha seminato ansia e preoccupazione in un momento in cui era ben altro ciò di cui si sentiva il bisogno. La fase del «decisionismo produttivo» (quello della rimozione dell’immondizia a Napoli e dell’invio di militari nelle zone ad alta densità camorrista) sembra insomma alle spalle, sostituito da una durezza apparsa a molti degna di miglior causa. Non a caso, tanto sull’operato del ministro Gelmini quanto su quello del professor Brunetta – che rischia di surclassare in popolarità l’indimenticato Visco – cominciano ad addensarsi perplessità all’interno della stessa maggioranza.

E se questo è lo stato d’animo che pare crescere nel Paese, la situazione è ancor peggio a livello di rapporti tra esecutivo e opposizione. Ventitré decreti in poco più di cinque mesi (ne era annunciato addirittura uno per punire chi sporca le città) e sette voti di fiducia, non hanno certo favorito quella che si è soliti chiamare «dialettica parlamentare». Né si può dire che vada meglio per quel che riguarda i rapporti tra il presidente del Consiglio e il Capo dello Stato, destinatario di una brusca risposta per aver chiesto, un paio di giorni fa, che la nuova legge elettorale europea venisse approvata con ampio consenso e garantisse rappresentanza anche alle forze minori. Ieri, il premier – di fronte a obiezioni e resistenze provenienti dalle file della sua stessa maggioranza – ha per la prima volta deposto le armi: senza un’ampia maggioranza, si voterà con la legge che c’è. È una decisione positiva: perché è sempre meglio non dare battaglia piuttosto che darne di sbagliate o di perdenti.

Che la decisione di Berlusconi preluda a una sorta di correzione di rotta, dopo l’ebbrezza da decisionismo e consensi in cresciuta, potranno però dirlo solo le prossime mosse del premier. Infatti, al di là dello spirito ondivago e spesso pregiudiziale dell’opposizione, è sulle spalle di chi governa che grava il dovere dell’ascolto e della mediazione. Berlusconi più di altri dovrebbe sapere che guida un Paese che, per esempio, invoca e ama le decisioni forti solo quando riguardano gli altri: oggi la reazione del mondo della scuola, e ieri la rivolta di molte categorie di fronte alle liberalizzazioni di Bersani, dovrebbero cancellare ogni dubbio in proposito. Lui stesso, del resto – nel 1994, agli esordi come uomo di governo – pagò con un’inattesa defenestrazione un eccesso di disinvoltura e di decisioni solitarie. Ragione in più per non rifare lo stesso errore, provare a tornare al clima d’inizio legislatura e preparare il Paese a fronteggiare una crisi economica certo pesante e dagli effetti ancora oggi non del tutto prevedibili.

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