Ripartenza d’autunno

26 Ott 08

Federico Geremicca

In preda ad una sorta di sindrome da overdose – come nella settimana che precede un’importante partita di calcio, durante la quale se ne dicono e se ne sentono di tutti i colori – commentatori, osservatori e quella che potremmo definire «società politica», in senso lato, aspettavano questo 25 ottobre a caccia di risposte che non sempre una piazza può offrire. È davvero moderno e riformista, questo Pd, che se ne va in corteo contro il governo in un momento così difficile per il Paese? In rapporto alla forza che mostrerà, la manifestazione cambierà il corso delle cose nel confronto tra maggioranza e opposizione o resterà tutto come prima? E soprattutto: esiste il Pd ed ha un futuro, e quanto è rimasto dell’opposizione in un Paese che regala al governo in carica gradimenti da Bengodi o da sistema autoritario? La folla di ieri al Circo Massimo non poteva dare risposte a tutto, eppure qualcosa l’ha detta. Per esempio che, seppur frastornato dalla sconfitta elettorale, reduce da mesi difficili ed alle prese con divisioni vecchie e nuove, il Pd – benché ondeggiante – è ancora in piedi.

Verrebbe da dire, appunto: esiste. Ed è dimostrazione di non poco conto, se si considera l’affermazione di «inesistenza» indirizzata di recente dal premier al capo dell’opposizione; o se si ricorda che addirittura la sua Festa nazionale – un paio di mesi fa – fu raccontata come la Festa del «partito che non c’è». Il Pd, invece, ieri ha dimostrato di esserci: e per quanto se ne possa ricavare da una manifestazione (ed a volte se ne può ricavare tanto) non sembra neppure quella forza facinorosa e irresponsabile che il premier gradirebbe come opposizione. Ha un mucchio di problemi – ne parleremo -, sembra passare il tempo a guardarsi l’ombelico, fatica a strutturarsi ma insomma – a giudicare dai cori e dagli striscioni con i quali ha sfilato ieri – è imputabile forse di scarsa grinta, non di un eccesso di aggressività.

Dunque, l’esistenza in vita del Pd – ammesso che questo fosse un argomento serio – è problema risolto: e non sarebbe male se anche il presidente del Consiglio ne tenesse conto (considerato che alcune sue recenti affermazioni potrebbero davvero aver perfino aiutato – lo ammettono gli stessi organizzatori – la riuscita dei cortei di ieri). Il problema, naturalmente, è che cosa farsene di questa esistenza in vita: e cioè se e come rimodulare pratica e strategia di un’opposizione che continua a non convincere la parte largamente maggioritaria del Paese. Dai cori e dagli striscioni dipanati ieri non poteva certo giungere l’indicazione di una via. A questo doveva pensarci – e del resto era quel che gli avevano chiesto altri leader, da D’Alema a Rutelli – il discorso del segretario: che non ha però introdotto novità significative rispetto alla linea fin qui seguita. Nella sostanza: dopo settimane di polemiche sempre più aspre (e da alcuni spiegate addirittura con la necessità di tener alta la tensione proprio in vista della manifestazione) ieri da Veltroni ci si attendeva un segnale chiaro soprattutto in questa direzione.

L’attesa più giustificata, onestamente, non era tanto intorno alla presunta «proposta alternativa» che sarebbe uscita dal Circo Massimo, quanto – piuttosto – quella di un messaggio chiaro alla «società politica» e al Paese: da oggi tentiamo una ripresa del confronto con Berlusconi, considerata l’emergenza e tutto il resto; oppure un altrettanto netto no al dialogo, in nome e alla luce dei primi mesi del governo del Cavaliere. Se non ci siamo persi passaggi cruciali del discorso di Veltroni, né l’uno né l’altro. Tutto più o meno come prima. E però prima non è che fosse un granché per il Pd, con problemi di alleanze (Di Pietro), con orizzonti che preoccupano (l’Abruzzo, poi le amministrative e le Europee), con problemi perfino circa il carattere dell’opposizione da condurre e la propria natura identitaria.

Passato il 25 ottobre, insomma, da questo punto di vista poco o nulla sembra cambiato. E le domande restano quelle di prima. Ricucire con Di Pietro oppure no? Meglio lui, l’Udc o addirittura il ritornare tutti assieme? E con Berlusconi che si fa, si prova a discutere ora che si profila un possibile disastro o si sceglie l’Aventino? Alcuni di questi interrogativi hanno interesse, diciamo la verità, soprattutto per il Pd e i propri militanti; altri riguardano – invece – il clima, l’equilibrio e il futuro prossimo del Paese. Le risposte, dunque, sono importanti. Insomma: ieri il Pd ha dimostrato di esser vivo; da oggi spieghi meglio al Paese che cosa vuol fare, per andare dove e assieme a chi.

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