Purché non diventi Gomorrismo

21 Ott 08

Francesco La Licata

Sulla vicenda della fatwa pronunciata dalla mafia contro Roberto Saviano, «colpevole» di aver scritto un libro di successo, «reato» aggravato dalla parallela buona accoglienza riservata al film Gomorra tratto dal romanzo, si sono registrate reazioni non univoche, oscillanti tra le prevedibili provocazioni sgarbiane e la manifesta avversione di una classe politica che non gradisce – e non da ora – la denuncia dell’ignavia istituzionale nella lotta alle mafie. Nel complesso, però, attorno al giovane scrittore è sorto un vasto movimento di opinione che raramente, nel nostro Paese, abbiamo visto crescere nei confronti di personaggi protagonisti delle diverse stagioni dell’antimafia. È di ieri la notizia d’una raccolta di firme di solidarietà a Saviano che ha superato le 85 mila adesioni, mentre da Orvieto giunge l’eco della preparazione di notti bianche per il 25 e 26 ottobre. Per Gomorra si sono mobilitati ambienti mai sfiorati dalla passione antimafia: premi Nobel, associazioni studentesche, intellettuali e persino le tifoserie che in passato non hanno certo brillato per il sostegno alle forze dell’ordine.

Tutto ciò non può che esser salutato con soddisfazione e grande apprezzamento, perché – come ci hanno insegnato collaudati maestri – una simile mobilitazione non può che tornare utile alla lotta alla mafia, indispensabile per la riappropriazione, da parte della società civile, di rapporti improntati al rispetto della legalità e della legge. Sappiamo quanto i signori delle cosche preferiscano il silenzio timoroso al coraggio della denuncia. Ben venga, quindi, il clamore suscitato dalle parole dello scrittore: chi è maledetto dalla mafia è benedetto dai cittadini onesti. Ma c’è un motivo più profondo di soddisfazione nella svolta impressa dall’avventura di Gomorra. Ed è proprio l’inattesa presa di coscienza collettiva attorno al tema della battaglia antimafia, per troppo tempo ignorata, quando non addirittura avversata. Non si può, a fronte di tanto clamore, non pensare a vicende del passato e a uomini che, purtroppo, non hanno goduto di tanto afflato. Giovanni Falcone non era soltanto un giudice: era uno stratega che ha rivoluzionato la cultura della lotta al crimine organizzato e alle mafie, inventandosi strumenti operativi e legislativi prima inesistenti e riuscendo a portare alla sbarra, vincendo in Cassazione, l’intera Cosa nostra senza abbandonare di un millimetro il percorso del rispetto delle leggi. È stato l’uomo che ha ridato agli italiani la prospettiva di liberare dalla mafia la politica, l’economia e la società civile.

Eppure Falcone dovette abbandonare la Sicilia, dopo aver subìto umiliazioni e ingiusti attacchi. E anche quando andò via, non per sua scelta ma per incompatibilità col potere, fu salutato con scherno e additato come un soldato che abbandonava la trincea, dopo essersi «inventato» la bomba dell’Addaura «per fare carriera». Persino quando, con la giornalista Marcelle Padovani, scrisse il libro Cose di Cosa nostra fu redarguito pesantemente dall’«intellighentia illuminata» che scorgeva nella competenza del giudice e nelle sue parole ponderate un «Falcone stregato dalla mafia». Quando saltò per aria, in quel modo che sembrava un film, abbiamo assistito al tentativo di rimuoverlo dalla memoria collettiva. Operazione sventata dall’enorme peso di un uomo che – prima che in Italia – si era conquistato il rispetto di una grande democrazia come l’America, felice di ospitare il suo busto nell’atrio dell’FBI, a Quantico in Virginia.

Ecco perché non si può non essere felici della partecipazione collettiva in difesa di Saviano. La generosità, la solidarietà caratterizzano la civiltà di un Paese. Purché tutto non diventi moda o, se preferite, «Gomorrismo».

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