Pd debole anche senza Di Pietro

21 Ott 08

Emanuele Macaluso

Di Pietro è lontano dalla cultura democratica», ha detto Walter Veltroni annunciando, nel corso della trasmissione Che tempo che fa, la fine dell’alleanza tra il suo partito e quello personale dell’ex pm. Certo, il fatto che il segretario del Pd scelga la tv di intrattenimento per comunicare ai militanti e agli elettori una decisione politica rilevante ci dice «che tempo che fa» nell’universo politico di questo Paese. Del resto, non so chi alla vigilia delle elezioni nel Pd decise di dare a Di Pietro quello che era stato negato ai socialisti: un’alleanza che, grazie a una balorda legge elettorale, premiava il partito dipietrista che usufruiva del «voto utile», invocato da Veltroni.

Senza quell’alleanza, senza il «voto utile», Di Pietro e i suoi seguaci sarebbero rimasti fuori dalle aule parlamentari, perché non avrebbero mai superato lo sbarramento del 4%. Ma, francamente, in questa storia Di Pietro non può essere accusato di incoerenza e frode politica. Semmai c’è da chiedere a Veltroni, e non solo a lui, come mai e perché solo nell’ottobre del 2008 si è accorto che Di Pietro è lontano dalla cultura democratica. Era vicino a quella cultura quando nel 1996 il Pds di D’Alema, Fassino e Veltroni lo candidò con un gran rullo di tamburi nel collegio rosso del Mugello? E lo era quando diventò ministro dei governi di centrosinistra?

Elo era quando fu scelto, nel 2008, alleato privilegiato del Pd? Non scherziamo con cose serie, che non sono solo cose che riguardano il gruppetto che oggi guida il Pd. La verità è un’altra e andrebbe esaminata con serietà e rigore perché attiene proprio alla cultura politica del Pd. Il quale ancora oggi non si capisce che cosa sia. Infatti, Rutelli, uno dei fondatori del Pd, un anno dopo la nascita del suo partito, ne chiede nientemeno che la rifondazione. L’incerta cultura politica attiene anche ai temi della giustizia e Di Pietro è stato considerato, da sempre, un simbolo a cui riferirsi.

Io non sono tra coloro che considerano l’operazione «mani pulite» un complotto per distruggere i partiti della prima Repubblica e soprattutto il Psi di Craxi e la Dc di Forlani. La crisi del sistema politico si era aperta alcuni anni prima del 1993-1994 e si era accentuata nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, la fine del Pci e con il fatto che cambiavano tutti i parametri su cui dopo il 1948 si era costruito quel sistema. Ma nessuno dei leader di allora, Craxi, Forlani, Occhetto e i loro collaboratori capirono e agirono di conseguenza. La conferma venne con le elezioni del 1992 (prima di Tangentopoli) quando la Lega di Bossi conseguì un successo straordinario: 80 parlamentari. Ma nonostante questo la politica dei partiti che pure avevano fondato la Repubblica e scritto la Costituzione, non cambiava: Craxi pensava di tornare a Palazzo Chigi e Andreotti e Forlani al Quirinale. Le cose andarono come sappiamo.

La corruzione certo c’era, ma Tangentopoli esplose quando il sistema politico implose. In questo contesto i dirigenti del Pds, tutti insieme, pensarono di tifare per Di Pietro «simbolo» dell’operazione «mani pulite» (lo fecero anche i giornali e le tv di Berlusconi) considerata la leva per la rigenerazione del sistema politico. A vincere la corsa non furono però i dirigenti del Pds (Occhetto, Fassino, Veltroni, Violante ecc.), ma Berlusconi che prevalse nelle elezioni del 1994. E Di Pietro lasciò la magistratura e pensò di usare la sua immagine di giustiziere nel nuovo sistema politico. Infatti prima pensò di imbarcarsi con la destra, ma poi capì che la «continuità» della sua immagine poteva trovarla solo a sinistra. E a sinistra D’Alema, Fassino, Veltroni e altri, che non avevano una loro autonoma elaborazione sui temi della giustizia che anche Tangentopoli aveva messo in forte evidenza, scelsero Di Pietro come uomo-giustizia il quale ha dato alla politica della coalizione di centrosinistra un’impronta giustizialista. Un’impronta che ha consentito all’ex pm di fare un partito personale in grado di condizionare il Pd non solo sui temi della giustizia, ma anche sul tema centrale che attiene ai rapporti tra governo e opposizione.

Insomma il Pd era ormai ostaggio di Di Pietro e non aveva più spazio di manovra politica. Oggi le cose cambiano? Certo, ma la guida politica del Pd, non solo di Veltroni, ancora una volta, si rivela debole perché incerta è la sua cultura politica. Rutelli vuole rifondare il partito? E su quali basi? Se si vuole aprire un dibattito reale, insisto su ciò che ho già scritto su queste colonne: occorre un congresso vero, su mozioni diverse e con candidati che esprimano una cultura e una posizione politica chiara e leggibile per tutti gli italiani.

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