Attenti a chi vuole addomesticare la giustizia

1 Ott 08

Carlo Federico Grosso

Dopo alcune settimane di silenzio la politica ha ricominciato a parlare di giustizia. Ancora una volta è stato Berlusconi a lanciare il sasso: la riforma dev’essere incisiva. Essa dovrà, anzi, tanto più stravolgere gli assetti attuali, quanto più dovesse apparire probabile l’accoglimento dell’eccezione d’illegittimità costituzionale sollevata nei confronti del lodo Alfano o se, a Milano, il processo per corruzione contro il premier dovesse proseguire contro l’imputato non immune accusato insieme a lui.

Che cosa farà, a questo punto, il ministro Alfano? Ad inizio settembre aveva dichiarato che obiettivo primario della riforma sarebbe stato l’interesse del cittadino: dunque, nessuna fretta per eventuali modifiche costituzionali, che interessano principalmente gli equilibri fra i poteri dello Stato, ma priorità per le riforme della giustizia civile e penale e dell’organizzazione giudiziaria, finalizzate a realizzare una giurisdizione rapida ed efficiente. Allora mi ero sforzato di credergli. Smentendo clamorosamente se stesso, in questi giorni il Guardasigilli ha annunciato che invece, guarda caso, anche la riforma delle norme costituzionali costituisce un’urgenza.

Nell’attesa di conoscere i dettagli dei progetti, è comunque possibile prospettare già ora i nodi che dovranno essere affrontati. E sono nodi non da poco. Mi limiterò ad accennare a due fra i principali: riforma del Csm, obbligatorietà dell’azione penale.

In materia di Csm da tempo la maggioranza sta meditando una riforma stravolgente.

Se si diminuisce la consistenza dei togati e si aumentano i laici, se si riesce a spaccare il Consiglio, sdoppiandolo in istituzioni separate per i giudici e per i pubblici ministeri, se si consegna addirittura uno dei due consigli alla direzione del governo, se si affida la disciplina dei magistrati ad un’istituzione autonoma a prevalenza non togata, i giochi sono fatti: il potere dei magistrati risulta indebolito in modo irreparabile, aumenta la capacità della politica d’interferire sulle decisioni che concernono l’ordine giudiziario. Se, poi, si decidesse di eliminare altresì la presidenza del Capo dello Stato, il prestigio dell’organo subirebbe un vulnus decisivo.

Si tratta di una scelta realizzabile con legge costituzionale, che, per certi aspetti, può trovare una giustificazione nel modo non sempre commendevole con il quale la componente togata, dominata dalle correnti, ha gestito in passato i suoi poteri. Bastano, tuttavia, queste disfunzioni, comunque rimediabili, a giustificare anche soltanto l’alterazione della composizione del Consiglio? Già modificando i rapporti di forza al suo interno si rischia, in realtà, di trasformare l’organo di autogoverno, che è stato concepito per assicurare all’ordine giudiziario massima autonomia, in un’istituzione in larga misura eterodiretta dalla politica.

Il colpo di grazia sarebbe costituito, comunque, dall’eliminazione della presidenza del Capo dello Stato, che è, di per sé, garanzia di autorevolezza ed indipendenza e dall’introduzione in un settore del Consiglio, quello dei pubblici ministeri, della gestione diretta del Guardasigilli. Quest’ultima novità sarebbe esiziale per la separazione dei poteri e per lo Stato di diritto.

Altrettanto scivoloso è il tema dell’obbligatorietà dell’azione penale. Non è chiaro che cosa uscirà davvero dal dibattito in corso. Le ipotesi sul tappeto sono diverse: abolizione del principio costituzionale; sua conservazione, ma introduzione di una programmazione annuale dei reati da perseguire; sua conservazione, ma modificazione dei presupposti dell’esercizio dell’azione penale come conseguenza di una profonda revisione dei poteri del pubblico ministero e della polizia giudiziaria nella conduzione delle inchieste.

Auspico che nessuno vorrà davvero abrogare il principio di obbligatorietà, che nel nostro contesto politico e sociale rimane garanzia irrinunciabile di eguaglianza. Ho qualche perplessità sulla programmazione delle priorità, che rischia di creare pericolose sacche d’impunità. Ma, soprattutto, mi preoccupa la proposta avanzata in modo bipartisan da due esponenti politici di schieramenti apparentemente contrapposti, che stravolge le attuali competenze del pubblico ministero e della polizia nella conduzione delle indagini penali. Com’è noto, si ipotizza di sottrarre al pubblico ministero la loro conduzione e di rendere la polizia autonoma nella loro gestione.

Qui, davvero, il pericolo è insidioso. Se non si dovessero fissare rigorosi confini all’autonomia delle forze dell’ordine, si rischierebbe di vanificare, nei fatti, lo stesso principio di obbligatorietà: il pubblico ministero potrebbe non trovarsi mai nella condizione di valutare se esistano o no i presupposti per l’esercizio dell’azione penale, o, ancor prima, di controllare se le indagini si stiano svolgendo con la necessaria celerità o completezza. Il che appare tanto più preoccupante se si considera che la polizia dipende dall’esecutivo, il quale potrebbe pertanto, se del caso, interferire nelle inchieste. A tacer d’altro c’è dunque, pure a questo riguardo, un rischio forte d’illegittimità su cui la Consulta potrebbe essere chiamata a pronunciarsi.

Chissà se, a questo punto, a qualcuno verrà in mente di abbozzare una riforma della stessa Corte Costituzionale, già sotto pressione a causa del lodo Alfano, al fine di renderla meno indipendente o quantomeno più domestica con il potere politico. Sarebbe una tragedia.

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