Capitalismo alla fine?

19 Set 08

Emanuele Macaluso

Il terremoto che scuote il sistema finanziario americano e con esso quello globale fa riemergere una discussione sulle tendenze del capitalismo e dell’anticapitalismo. La crisi dell’Alitalia, che è poca cosa nel quadro mondiale, accentua in Italia i toni del dibattito. Fausto Bertinotti ha scritto un piccolo saggio (martedì su Liberazione) in polemica con un articolo di Mario Deaglio (La Stampa di lunedì) per dire che la crisi non è nel «sistema» del capitalismo finanziario, ma del capitalismo, e trova modo per ribadire che «l’unica salvezza dell’umanità sta nel superamento del capitalismo». Del resto anche all’inaugurazione della Summer School(!) del Pd si è parlato del superamento del capitalismo in una formazione che vorrebbe somigliare al partito democratico americano. Come stiano insieme le due cose è uno dei misteri veltroniani. Ma anche il ministro Tremonti parla di un «ritorno a Keynes».

Io non credo che il capitalismo sia l’ultima categoria della storia e non siano possibili altre formazioni sociali, ma da tempo mi sono convinto che aveva ragione Eduard Bernstein quando non prefigurava la società del futuro, non proponeva un modello di riferimento, ma si affidava al movimento «che è tutto». E quindi ai mutamenti, alle riforme che la società via via chiede. E, avvertiva Bobbio, la sinistra deve indirizzare movimenti e riforme verso il progresso e l’uguaglianza. Bertinotti, giustamente, nota come il conflitto sociale sia un valore anche in un’ottica liberale. Ma – ecco il punto – quali sono, oggi, i contenuti del conflitto sociale?

Su questo Bertinotti ragiona come se i contenuti del conflitto e i mutamenti che intervengono nel mondo non andassero tenuti presenti. A un certo punto Fausto scrive: «Fu Reagan a schiantare la lotta dei controllori di volo. Fu la Thatcher a sterminare i minatori inglesi. Fu la Fiat a sconfiggere la classe operaia della grande industria nella vertenza dei 35 giorni». E senza porsi il tema cruciale del perché di quelle sconfitte, se fosse nei contenuti di quelle lotte la causa, commenta: «Tre eventi chiave di quel processo di “restaurazione rivoluzionaria” che nega sia la libertà dell’agire dei lavoratori, sia l’autonomia contrattuale del sindacato». Bertinotti e con lui altri pensano alla globalizzazione come «male assoluto» e non guardano a questi processi come fenomeni dello sviluppo capitalistico (ne aveva scritto anche la buonanima di Marx) per porsi il problema di come operare anche a livello mondiale, per governarli. A questo proposito non c’è dubbio, e lo dice anche Deaglio, che questi terremoti «confermano la superiorità sociale dei modelli europei» rispetto a quelli liberisti Usa. E chi richiama Keynes potrebbe anche ricordare lo Stato sociale costruito dai partiti socialisti europei. La stessa Thatcher ha dovuto fare i conti con quella realtà che non fu smantellata. E, mentre in Usa i licenziati delle banche lasciano il posto di lavoro con gli scatoloni, in Italia il liberista Berlusconi «offre» ai lavoratori dell’Alitalia la mobilità con 8 mesi di cassa integrazione. Anche lui deve fare i conti con la nostra Costituzione e con la storia del «conflitto sociale» nel Paese. Ma Bertinotti e altri che operano anche nel sindacato sbagliano se non individuano le ragioni del conflitto sociale per non ripetere gli errori fatti con i minatori inglesi, i controllori di volo Usa e alla Fiat in Italia.

Il fatto nuovo su cui riflettere è la crisi del sindacato corporativo. Chi pensava di difendersi meglio facendo pesare nella contrattazione il fatto di svolgere un lavoro essenziale e privilegiato, oggi deve rivedere le sue posizioni. E il sindacato confederale deve tornare a coniugare l’interesse delle categorie con l’interesse generale.

Il «caso» dei piloti della Delta descritto da Deaglio non è, come pensa Bertinotti, un inno alla globalizzazione. È la presa d’atto di una realtà con cui fare i conti. E quando lo stesso Deaglio ricorda l’esperienza fatta in Scandinavia, dove la flessibilità è stata integrata in un sistema di sicurezza sociale con ammortizzatori che consentono la riqualificazione dei lavoratori in mobilità e la garanzia di lavoro per tutti, ci dice anche che il «conflitto sociale» in Italia deve essere aperto su questo terreno. Si potrà così evitare la mortificante e intollerabile «offerta» di ammortizzatori sociali condizionati e come atto di «liberalità» di un generoso e paterno presidente del Consiglio. Un’indecenza.

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