Prigionieri del passato

14 Set 08

Ilvo Diamanti

Il passato riaffiora nei discorsi pubblici e nelle discussioni politiche
Come il fascismo, che a 60 anni dalla caduta continua a riemergere

È difficile guardare avanti quando si continua a camminare con la testa voltata indietro. Quando il passato riaffiora di continuo nei discorsi pubblici e nelle discussioni politiche. Come il fascismo, che – a oltre 60 anni dalla caduta – continua a riemergere. D’altronde, autorevoli leader di An, nei giorni scorsi, avevano riaperto la discussione.

Ha cominciato il sindaco di Roma, per il quale il fascismo non è stato il “male assoluto”. Ad eccezione delle leggi razziali. Gli ha fatto eco il ministro della Difesa, ponendo sullo stesso piano partigiani e repubblichini. Li ha smentiti ieri il presidente della Camera, e leader di An, Gianfranco Fini, il quale ha sostenuto che “la destra si deve riconoscere nei valori dell’antifascismo”. Precisando, inoltre, che la Repubblica di Salò combatteva dalla parte sbagliata.

È probabile che questa volta i compagni di partito non prendano le distanze da Fini, com’è avvenuto invece quando ha confermato l’apertura verso il diritto di voto amministrativo agli immigrati. D’altronde, a destra è forte la voglia di “normalizzare”, se non riabilitare, il fascismo. Riducendolo a un male non più “assoluto” ma “relativo”.

Il ritorno del passato è, per molti versi, giusto e utile, perché dalla nostra storia possiamo trarre identità comune. Ma da noi succede l’opposto. La storia viene riscritta ad arte, da una stagione all’altra. La memoria è usata per dividere. Per cui, non solo il fascismo, neppure il comunismo passa mai di moda. Anche dopo la caduta del muro di Berlino. Dopo che, in Italia, il Pci si è sciolto, diviso, ha cambiato e ricambiato nome. Tuttavia, vi sono partiti e militanti che continuano a dirsi comunisti. Ma, soprattutto, i comunisti “servono” a Berlusconi, che li evoca dovunque, ora per minaccia ora per dileggio. Definiscono l’esistenza del Nemico, tanto più insidioso se pretende di cambiare nome e abito. Se si maschera. I comunisti: pericolosi e ridicoli. Al punto che il premier li usa come personaggi delle barzellette. L’equivalente dei carabinieri di un tempo.

Più complicato – e agro – entrare nella notte della Repubblica. La stagione delle stragi e del terrorismo, di cui non esiste una storia condivisa, ma un viluppo intricato di molte storie incrociate. Trent’anni dopo il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro è forte la sensazione che molte verità ci sfuggano. Lo stesso per quel che riguarda l’uccisione del commissario Luigi Calabresi. Inevitabile che il dibattito riemerga, aspro. Violento. Ma anche senza soluzione. In-finito.

D’altronde, quarant’anni dopo, siamo ancora impegnati a fare i conti con il ’68. Anzitutto, una rivoluzione antiautoritaria, che ha investito tutti i piani. I costumi, la cultura, le relazioni sociali, la morale personale e sessuale, i rapporti di potere, il linguaggio. E tutti gli ambienti: il lavoro, la politica, la religione e la chiesa, l’informazione. Ma, soprattutto, l’università e la scuola, dove gli squilli di rivolta sono risuonati prima che altrove.

Così, oggi è esplosa la determinazione a ri-formare, nel senso di restaurare: modelli, valori, simboli. Come sta facendo la ministra dell’Istruzione, che ha restituito valore prescrittivo al voto in condotta, reintrodotto gli esami di riparazione, ma anche il maestro unico, alle elementari. E promette il ritorno dei grembiulini, magari griffati. Con il consenso di gran parte dei genitori. I quali apprezzerebbero anche l’uso dei cappelli d’asino per stigmatizzare i peggiori oppure l’impiego della lavagna come gogna, dietro a cui esiliare i cattivi.

Ultima, la frattura del ’92. L’anno di “Tangentopoli”. Formula con cui si indica la stagione dei processi per corruzione che investirono la classe politica al governo. L’anno dell’attacco condotto dalla mafia contro lo Stato e i suoi uomini più intransigenti. I magistrati, per primi Falcone e Borsellino. L’anno in cui si dissolve il sistema politico della prima Repubblica. Dalle cui macerie nasce un nuovo (dis)ordine, guidato dai leader e dalle formazioni politiche oggi al governo: Berlusconi e Fi, Fini e An; e, primo fra tutti, Bossi, insieme alla Lega. Difficilmente avrebbero conquistato altrettanto spazio, senza il “vuoto” prodotto dal ’92.

Tuttavia, essi per primi, ne vorrebbero riscrivere la storia, il significato. Nel ’92 – secondo loro – non si sarebbe verificato il crollo di un ceto politico esausto ma un complotto. Sinistra, poteri forti e media a sostegno dei magistrati: uniti nella lotta contro il ceto politico della prima Repubblica. Per ottenere a colpi di giustizia giustizialista ciò che con il voto democratico non era possibile.

Alla tesi del complotto si oppone quella del “male incurabile” (la formula è di Alfio Mastropaolo). Secondo cui il ceto politico e, in generale, il sistema partitico erano tanto corrotti e inefficienti da non reggere più. Affetti da un male incurabile, che i magistrati si erano incaricati di estirpare. Da ciò le opposte versioni dei fatti. Craxi: un esule o, al contrario, un evaso. I magistrati: “vendicatori” della società civile e garanti della legalità oppure gli autori di un golpe.

Siamo un paese smemorato che non riesce a dimenticare. I fatti ci inseguono sempre. Anche se o forse proprio perché abbiamo cercato di rimuoverli, rinunciando a chiarirli. O, almeno, a fornire loro una spiegazione condivisa. Abbiamo preferito, invece, voltare pagina, ogni volta, senza prima averne letto e compreso il testo. Così le storie e i personaggi del passato continuano a riemergere, nella nostra mente, nei nostri discorsi. Pagine di libri mai conclusi.

Di stagione in stagione, la storia viene riscritta retrospettivamente, in base a interessi e valori di parte. La nemesi è che alla rimozione succede la nostalgia. Della scuola di tanti anni fa, quando portavamo il grembiulino e il colletto bianco, quando gli insegnanti mantenevano la disciplina. Nostalgia dei democristiani e dei comunisti: quando sapevamo da che parte stare, chi erano gli amici e soprattutto i nemici. Nostalgia di De Gasperi, La Malfa (Ugo), Berlinguer. Perfino Craxi. (Andreotti no: è vivo e lotta insieme a noi).

Tuttavia, se siamo prigionieri del passato è anche per un’altra ragionevole ragione. Questa società ha abolito il futuro. Ha rinunciato a descrivere un orizzonte comune. Procede in ordine sparso, giorno per giorno. Una società vecchia, dove i giovani sono una specie rara – come i panda – controllata da adulti che non vogliono diventare adulti e da vecchi che rifiutano di invecchiare. La classe politica ne è uno specchio fedele. Al governo: un premier in continua opera di restauro; per apparire giovane, un pezzo dopo l’altro, è ridotto a un androide. All’opposizione: una leadership di ex (comunisti e democristiani). Impaurita da ogni cambiamento che ne possa minacciare il ruolo.
Un paese smemorato e, al tempo stesso, incalzato dalla memoria. Sospeso fra rimozione, revisione e nostalgia. Per sottrarsi alle trappole del passato che non passa mai, resta solo una via. Guardare avanti. Progettare – o almeno immaginare – il futuro.

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