Né fascisti, né fascistini

11 Set 08

Andrea Riccardi

In questi giorni i nostri ragazzi tornano a scuola. Settant’anni fa – dovremmo ricordarlo – ci furono ragazzi a cui fu impedito di ritornarci: erano ebrei. Tanti di loro hanno raccontato l’umiliante esclusione ordinata dai «provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista». Fu un fatto drammatico. Forse non approvato all’unanimità dagli italiani. Taluni mormorarono. Ma ormai il Paese era imbavagliato da più di quindici anni di dittatura e i provvedimenti, con la firma del re, passarono.

Il 5 settembre 1938, il regime disponeva: «Alle scuole di qualsiasi ordine e grado… non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica». Quello stesso giorno fu costituita la Direzione Generale per gli Affari razziali, incaricata della politica razzista. La discriminazione razzista isolò la comunità ebraica; favorì poi, con la collaborazione della Repubblica Sociale Italiana, lo sterminio nazista degli ebrei. È la storia italiana della Shoah: le razzie, il campo di Fossoli, le tradotte verso il Nord, l’eliminazione di tanti.

Nel 2008 ricorre il settantesimo delle leggi razziste, fondate sull’idea che «le razze umane esistono» e che ebrei, africani, appartengono a un’altra razza.
Era una politica priva di base culturale e di ragionevolezza.

Ma fu attuata, perché il Paese, come mai nella breve storia nazionale, era nelle mani di un dittatore. Quelle leggi furono il prodotto folle di un sistema di potere. Non l’unico frutto amaro del regime: si pensi all’ingresso in guerra. Ma il fascismo non fu solo un insieme di gravi errori, bensì un sistema che distruggeva la libertà.

Si è tornati, nei giorni scorsi, a discutere di fascismo e Shoah. Non si tratta tanto di dibattere attorno all’idea di «male assoluto», che è categoria di ordine teologico (come ha notato ieri Massimo De Angelis su Il Foglio), quanto di riconoscere l’orizzonte politico e nazionale comune: quello della Repubblica che, sin dalla sua Costituzione, si è voluta totalmente altra dal fascismo, ripudiandolo. Questa è la linea su cui ci siamo mossi, sin dal 1945, e nel cui alveo si collocano le istituzioni repubblicane.

Questa via fu confermata anche nell’opposizione al comunismo, che De Gasperi volle come lotta democratica, senza cedere a strumenti autoritari (come gli era proposto in Italia e all’estero). Il voto del 18 aprile 1948 sancì il consenso nazionale all’Italia democratica, che aveva voltato le spalle al fascismo e che non sceglieva il comunismo. La collocazione nella Nato e in Europa consentì in particolare al Pci di potersi allontanare dal cono dell’influenza sovietica. Nell’Europa di allora pesava la minaccia sovietica, che ingabbiava i paesi dell’Europa dell’Est. Molti ricordano la tragica estate del 1968, quando il sogno di un socialismo dal volto umano fu schiacciato a Praga.

Mi sembra necessario rifarsi con chiarezza all’orizzonte della nostra cultura politica e istituzionale. Questa chiarezza è preziosa in un tempo in cui si fa tanto bricolage di numi ispiratori, mescolando pezzi di passato alla rinfusa e secondo l’estro del momento. Le genealogie ideali non si improvvisano. La memoria di un’Italia che ripudia il fascismo è parte integrante della nostra identità. Infatti, tra l’Europa e la globalizzazione, l’Italia va ridefinendo in questi anni la sua identità e la sua funzione nel mondo.

L’antifascismo del dopoguerra, anche nella ricaduta storiografica, ha conosciuto una stagione enfatica, eco di battaglie appena finite. Talvolta si è esecrata la storia del regime più di quanto la si sia compresa. Ma tanta strada si è fatta. Renzo De Felice – non lo si dimentichi – cominciò ad interessarsi al fascismo partendo dalla storia degli ebrei sotto il regime. Ha storicizzato la vicenda fascista, notando cambiamenti, articolazioni, consenso popolare. Il fascismo fu diverso dal totalitarismo nazista. Emilio Gentile ne parla come di «cesarismo totalitario». Si può discutere su totalitarismo, regimi autoritari e populisti. La storiografia è un campo sempre aperto a nuove acquisizioni. Non è un caso, però, che il fascismo finì per collaborare all’attuazione della Shoah in Italia. Il dibattito storiografico non cancella il fatto che la nostra vita politica e istituzionale si è costituita a partire dal ripudio di metodi, sistemi e idee, che hanno fatto il regime fascista.

C’è poi il capitolo dei fascisti e dei combattenti di Salò. È anche la storia di memorie familiari. La pietas davanti alla morte e alla sofferenza è un valore, che spero sempre più condiviso. Si cita spesso l’intervento di Luciano Violante a proposito dei «ragazzi» di Salò. Il valore del dolore umano fu sentito dalla Chiesa negli anni della guerra. Ho trovato questo passo del giugno 1944, dopo la Liberazione, nella cronaca del monastero romano di San Gregorio, che aveva nascosto ebrei e ricercati dai nazisti, come molte case religiose: «È l’ora dei gerarchi fascisti che per sottrarsi all’ira popolare o agli arresti del nuovo governo d’Italia domandano asilo alle case religiose e sebbene non se ne condivida i principi di rovina loro, carità ci obbliga ad aprire le porte».

Oggi si discute di scuola, di educazione civica, di identità nazionale. È allora opportuno richiamare al senso di una «storia comune», quella dell’Italia democratica, che è la nostra. Non si tratta di demonizzare nessuno. Né di coltivare odio. Né di imbavagliare la ricerca storica e la diversità di opinioni. Ma tutto non si può confondere. C’è bisogno di dire che questa è la nostra storia comune che nasce dal ripudio del fascismo. Così racconteremo ai ragazzi che stanno rientrando a scuola quanto accadde nel 1938 agli ebrei della loro età. Lo faremo, ricordando che non ci sono razze. Diremo anche che la politica può fare tanti errori, ma distruggere la libertà non è un errore bensì l’inizio della fine.

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