Il governo vede rosa

1 Set 08

Augusto Minzolini

All’inizio dell’estate, mentre il governo Berlusconi varava provvedimenti su provvedimenti sull’altare del decisionismo, il Pd riponeva tutte le sue chance in una speranza che contemporaneamente rappresentava l’unico timore del Cavaliere: passati i cento giorni, esauritasi la luna di miele tra l’esecutivo e l’opinione pubblica, Berlusconi avrebbe registrato in autunno un calo fisiologico nell’indice di gradimento e Veltroni finalmente avrebbe respirato una boccata d’ossigeno.

In realtà l’agosto è appena trascorso e, sorprendendo gli stessi sondaggisti, il governo macina consensi mentre l’opposizione continua a declinare. I motivi? Berlusconi ha studiato attentamente una rentrée in grande stile proprio per ridare slancio all’immagine del suo governo.

In tre giorni ha dato una soluzione al «caso Alitalia», ha siglato l’accordo con Gheddafi per assicurarsi un partner indispensabile nella lotta all’immigrazione clandestina e nel prossimo mese si prepara a svolgere un ruolo di primo piano sulla crisi georgiana forte delle strette relazioni che ha con George Bush e Vladimir Putin. In più in autunno l’esecutivo si giocherà altre tre carte decisive: federalismo fiscale, riforma della giustizia e scelta nucleare. Raggiunti questi traguardi il Cavaliere, di fatto, avrebbe già attuato il suo programma. Resterebbe un unico neo: a parte l’abolizione dell’Ici non c’è stata una svolta nella riduzione della pressione fiscale. Sono ancora in auge, infatti, alcuni dei provvedimenti di Visco e il tutto sembra rinviato a una fase economica più favorevole.

Insomma, la politica del Cavaliere è tutta affidata al governo, alla «magia del fare». La politica dei partiti – quella più «politichese», come si diceva una tempo – gioca un ruolo di secondo piano. Le beghe con An sulla nascita del Pdl, al di là delle polemiche di giornata, sono già state risolte dal notaio. Gli umori di Bossi e dei suoi sono sotto controllo: i leghisti sono i primi a sapere che per avere il federalismo debbono tenere unita questa maggioranza e poi, semmai, dialogare con l’opposizione. Infine, l’ipotesi di un allargamento all’Udc è legata a una prospettiva chiara. Dato che le cose vanno bene, il premier non è in ansia: Pier Ferdinando Casini, per tornare nel centro-destra e al governo, deve fare quello che non ha fatto qualche mese fa: entrare nel Pdl. Per allungare la luna di miele con il Paese, quindi, Berlusconi si è affidato a un’azione di governo «decisa» e a una linea politica indubitabilmente chiara. Nulla di stravolgente: ha attuato quello che aveva promesso. La filosofia della concretezza gli è bastata per mantenere i consensi e, fatto nuovo, per fare breccia in ambienti che gli avevano sempre chiuso la porta in faccia. Una parte del mondo dell’imprenditoria e della finanza che lo aveva sempre snobbato lo accetta come interlocutore (vedi il caso Alitalia) a costo di beccarsi l’accusa di collaborazionismo o di tradimento dalla sinistra. Hanno cominciato Corrado Passera e Roberto Colaninno, ma presto se ne aggiungeranno altri. Con il «pragmatismo» che li contraddistingue, gli imprenditori di ogni colore si sono convinti che nei prossimi cinque anni il quadro politico non subirà terremoti, il Cavaliere resterà in auge e ne hanno preso atto.

In questa presa d’atto, però, non pesano solo i «meriti» di Berlusconi ma anche i «demeriti» dell’opposizione. Nel Pd, infatti, il «politichese» in questo momento spadroneggia sia nelle liturgie sia nei costumi. Non è stato convocato un congresso ma si assiste a un congresso permanente. C’è una leadership ma è continuamente messa in discussione. Si moltiplicano le correnti con tanto di tv al seguito, ma al posto di un confronto limpido su strategie e programmi (che nella penuria di idee potrebbe risultare salutare) si assiste a un tatticismo esasperato. A sentire i discorsi alla Festa Democratica di Firenze sul «tipo di opposizione» viene in mente una celebre battuta di Nanni Moretti: «il dibattito no». Veltroni, per restare in sella, invece di dar battaglia asseconda le politiche degli altri: dal bipartitismo siamo arrivati al vano corteggiamento dell’Udc, dal dialogo con Berlusconi siamo passati alla competizione con Di Pietro. Di contro, i suoi oppositori più o meno espliciti, da D’Alema al redivivo Prodi, usano tutti gli strumenti possibili per metterlo in difficoltà.

Appunto, da una parte il «decisionismo» di Berlusconi dall’altra la Babele del Pd. In queste condizioni viene meno nell’immaginario dell’opinione pubblica il sentimento principale che un’opposizione dovrebbe suscitare: la possibilità di un’alternativa. Al momento la stragrande maggioranza del Paese, compresi gli imprenditori, è convinta che un «dopo-Berlusconi» non è immaginabile, ogni ipotesi diversa appare poco credibile o velleitaria. C’è da chiedersi se è il risultato dei meriti del Cavaliere o, ancor di più, degli errori dei suoi avversari.

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