Prof nord e prof sud

26 Ago 08

Luigi La Spina

Tra le certezze che alleviano i mutati ritmi stagionali dell’esistenza, il dibattito di fine estate sulla scuola è tra i più rassicuranti. Nell’imminenza dell’apertura dell’anno scolastico, conforta ritrovare il vecchio lamento sul costo dei libri, la consueta denuncia per la carenza e il degrado delle strutture edilizie, ricorrere ai cari luoghi comuni sul «carosello degli insegnanti».

Quest’anno, però, il ministro Gelmini ci ha provocato un brivido di disorientamento introducendo una polemica un po’ nuova, quella sulla scarsa preparazione dei professori meridionali. È vero che di fronte alla reazione indignata e offesa dei docenti provenienti dalla Magna Grecia, è subito tornata, anche lei, all’antica abitudine di accusare le cattive interpretazioni delle sue parole, ma il merito di aver ricordato come il divario di risultati tra Nord e Sud d’Italia sia certificato da inoppugnabili dati comparativi non va trascurato. È, naturalmente, una sciocchezza sostenere che la causa di questa grave disparità di preparazione scolastica sia attribuibile alla più ridotta capacità professionale degli insegnanti meridionali. Innanzi tutto perché le generalizzazioni sono tutte stupide. Poi perché, in questo caso, sono ancora più stupide, dal momento che molti professori in cattedra al Nord si sono laureati in atenei del Sud. È perlomeno ingenuo, infine, pensare che la scuola possa essere un’isola rispetto al contesto sociale in cui si trova e che le vere cause di queste differenze non debbano dipendere, invece, dal diverso livello economico, civile, culturale tra le regioni confrontate.

Fatte queste banali premesse, che dovrebbero essere ovvie, ma che evidentemente ancora non lo sono, la Gelmini, in maniera del tutto involontaria, ha offerto alla discussione pubblica il problema della scuola italiana come paradigma illuminante della questione politica che dominerà la prossima stagione politica: il federalismo. Se proviamo a collegare, infatti, quanto è avvenuto e avviene nelle aule scolastiche del nostro Paese, con il possibile esito della riforma propugnata dalla Lega e in discussione in tutti gli altri partiti, possiamo forse aumentare l’interesse di una polemica che, in tempi antichi, si definiva «da bar». Con tutta la nostalgia, certo, per quei bar di una volta e per gli avventori che li frequentavano.

C’è una parola in nome della quale si sono compiute le peggiori nefandezze nella scuola italiana: l’autonomia. Questo slogan ha inaugurato la via italiana al decentramento dell’istruzione, fondata su una comoda contraddizione, quella tra l’assoluta libertà didattica, che in alcuni casi ha sfiorato l’anarchia, e l’irresponsabilità sui risultati di questo metodo di insegnamento. In tutto il mondo si possono scegliere due soluzioni al problema della scuola pubblica. La prima assicura il valore legale del titolo di studio, con il riconoscimento uniforme dei voti conseguiti per le graduatorie nei successivi sviluppi di accesso universitario e professionale, stabilendo rigide norme su programmi, orari, disciplina. Corollario coerente con tale impostazione è lo stipendio uguale per tutti i docenti, una carriera fondata solo sull’anzianità, ma la tutela di una cattedra a vita, fino ai fatidici «quarant’anni di insegnamento», come diceva il professor Aristogitone nel famoso programma radiofonico di Arbore e Boncompagni.

La seconda via, sul modello anglosassone, è fondata, invece, sulla flessibilità dei programmi, sulla riconosciuta disparità nella preparazione degli alunni, ma alla mobilità e anche alla precarietà degli insegnanti corrisponde una verifica impietosa dei risultati. Quella che il mercato delle professioni sanziona con il livello di accesso agli impieghi più prestigiosi e remunerativi. Una selezione su basi economico-sociali che attenua le disparità iniziali di classe con sostanziose borse di studio pubbliche, ma soprattutto private. Insomma, la libertà d’insegnamento si collega strettamente alla responsabilità sui risultati. Con conseguenze trasparenti e crudeli sulla carriera dei capi d’istituto, sugli stipendi dei docenti, sul destino degli allievi. Solo in Italia si è riusciti nel perverso incrocio tra la cosiddetta autonomia scolastica e l’assoluta irresponsabilità sugli effetti di tale autonomia. Tra la gelosa tutela della libertà d’insegnamento e la comoda garanzia dell’inamovibilità del posto e dello sviluppo di carriera.

Se ora trasportiamo questo modello scolastico ai criteri della futura riforma federalista, non vorremmo si ripetesse lo stesso esito. Ogni amministratore pubblico potrà disporre di ampia libertà per finanziare tutte le attività che riterrà più convenienti. I «cento fiori» delle regioni e dei comuni italiani esalteranno le risorse di fantasia e di spregiudicatezza del genio nostrano. In teoria, alle maggiori spese dovrebbero corrispondere maggiori tasse, agli sprechi di denaro la sanzione di un più vicino e occhiuto controllo del cittadino. Ma alla fine, quando i conti non torneranno, ci sarà mai qualche sindaco o governatore regionale che pagherà di tasca sua, perdendo il posto, senza far appello alla borsa dello Stato e incolpare il solito «governo ladro»?

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