Ritorno al passato

24 Ago 08

Lucia Annunziata

Se il Partito Democratico avesse uno Scalfari americano o se Graham, fondatore del Washington Post, fosse ancora vivo o se Ted Kennedy non fosse malato: solo una di queste figure avrebbe potuto offrire a Obama una rassicurazione istituzionale maggiore di quella che gli porterà come vice presidente l’appena scelto Joe Biden.

Per il candidato democratico che ha fatto del cambiamento la bandiera della sua campagna, la scelta di Biden, gran navigatore dei corridoi del potere di Washington, è forse la prima vera ammissione di debolezza. Ed è anche il segno della profondità della turbolenza in cui è rientrata la collocazione internazionale degli Stati Uniti.

Fra tutte quelle possibili, Biden è infatti la scelta più convenzionale – più «sicura», preferiscono dire i commentatori americani – che il democratico potesse fare. Di certo, fino a pochi giorni fa non era fra le più quotate. Per mesi Obama ha ragionato intorno a personaggi che in una maniera o nell’altra rappresentavano la sottolineatura della sua diversità dentro il sistema. Uomini come il governatore della Virginia Tim Kaine, cinquantenne, bianco dal fluente spagnolo perché figlio di missionari in Honduras; o una donna, come la governatrice Kathleen Sebelius o la stessa Hillary Clinton. Ciascuno di questi avrebbe rafforzato il cambio, raddoppiandolo o ricucendo una frattura dentro il voto e l’establishment democratico. Che la scelta sia caduta infine proprio su Joe Biden è forse la più chiara, sia pur indiretta, affermazione di una profonda riflessione in corso – e forse di una messa a punto di programma – da parte di Obama.

Biden è un perfetto rappresentante di una delle costituency tradizionali del partito democratico, gli operai, bianchi cattolici (che da anni abbandonano il partito), ma la vera dote che porta al candidato è la sua ultradecennale esperienza fra gli intrighi, le trattative, gli scontri, e gli accordi del più grande «Boys club» del mondo che è il Senato americano. Nella sfera dell’equilibrio dei poteri fra Giustizia e Legge, o fra poteri presidenziali e decisionalità in politica estera, nulla è stato toccato a Washington senza che Joe lo abbia approvato. Per questa esperienza, Obama mette in secondo piano i temi del rinnovamento strutturale o generazionale del sistema (Biden ha sessantacinque anni, fra l’altro, solo pochi in meno di McCain): un cambio leggero ma sicuro di prospettive, che rivela i timori che Obama ha maturato, a questo punto, sulla collocazione internazionale degli Stati Uniti.

Il senatore Biden in politica estera è parte della vecchia generazione, della grande tradizione della politica estera bipartisan; un uomo che sa gestire il mondo uscito dal ’900. Esattamente come McCain. Un mondo che non è quello post razziale e post 11 settembre, che Obama prospettava fino a poche settimane fa. Scegliendo Biden, insomma, Obama in parte torna a guardarsi indietro e sceglie in realtà la persona del partito democratico più vicina al suo avversario McCain, il cui peso è in veloce risalita dopo la crisi con la Russia.

Quattro anni fa, in un’altra corsa presidenziale, Joe Biden se ne uscì con una battuta che fece allora scandalo: il ticket perfetto ai suoi occhi, disse, era composto da John Kerry e John McCain. Oggi quella battuta suona come un’intuizione.

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