Tre missioni per l’Italia federale

22 Ago 08

Luca Ricolfi

Quando si parla di federalismo, siamo portati a pensare che – in buona sostanza – il problema sia di mettere in riga il Mezzogiorno. Le regioni del Sud spendono e sprecano troppe risorse, che sono sottratte alla crescita e al benessere delle regioni del Nord. Né si può dire che il «sacrificio» del Nord sia compensato da una sia pure lenta riduzione del cosiddetto «divario Nord-Sud»: gli squilibri di oggi sono più o meno gli stessi di sempre. In questo senso, una maggiore responsabilizzazione del Mezzogiorno non andrebbe vista come la punizione di un territorio felicemente seduto sulla ricchezza e sul lavoro altrui, bensì come una preziosa occasione di rimontare finalmente la china.

Ma le cose stanno così? In parte sì, perché effettivamente non vi è una sola regione del Mezzogiorno che produca di più di quello che riceve. Tutte sono in rosso, nel senso che ricevono – sotto forma di spesa pubblica – più di quello che danno sotto forma di tasse (in termini tecnici: hanno un «residuo fiscale» negativo). È vero inoltre che in quasi tutti i campi – sanità, istruzione, assistenza, giustizia – le regioni meridionali sprecano una quota considerevole delle risorse che ricevono (per sprecare intendo: usano più persone e risorse di quante sarebbero necessarie per produrre i medesimi servizi). Però il discorso si ferma qui: lo schema manicheo Nord-Sud non funziona più secondo le attese non appena proviamo a guardare le cose con un po’ più di dettaglio.

Intanto occorre notare che, in fatto di sprechi, le grandi differenze non sono solo fra Centro-Nord e Sud, ma sono interne alle due aree. Nel Centro-Nord la differenza fondamentale è fra il Lombardo-Veneto (l’area più virtuosa del Paese) e tutto il resto, regioni rosse comprese. Nel Sud la differenza fondamentale è fra le tre regioni ad alta intensità mafiosa (l’area meno efficiente del Paese) e tutto il resto del Mezzogiorno. In diversi campi ci sono alcune regioni del Sud (per esempio la Puglia) che – tenuto conto delle risorse di cui dispongono – risultano più efficienti di alcune regioni del Nord (per esempio la Liguria).

C’è poi la complicazione delle risorse pro-capite disponibili in ogni territorio. Qui, con qualche imbarazzo, i fautori del federalismo anti-meridionale si stanno rendendo conto che le prime regioni che dovrebbero pagare salato se si instaurasse un federalismo equo sono le regioni a Statuto speciale del Nord, che dispongono di risorse molto maggiori di quelle delle altre regioni del Centro-Nord. La Valle d’Aosta brucia ogni anno circa 22.000 euro pro-capite, il Trentino Alto Adige 17.000, il Friuli Venezia Giulia 16.000, contro i 13.000 delle tre grandi regioni del Nord (Piemonte, Lombardia e Veneto) e i poco più di 9.000 della Campania e della Puglia. Certo i servizi pubblici delle piccole regioni autonome sono decisamente migliori di quelli delle regioni del Sud, ma è tutto da dimostrare che siano anche più efficienti, ossia non solo di buona qualità ma di livello adeguato rispetto alle risorse di cui dispongono: che cosa sarebbe la Puglia se lo Stato e gli enti locali spendessero il doppio di quel che spendono, ossia non 9.000 euro pro-capite ma 17 mila euro come la Valle d’Aosta?

La realtà è che le missioni del federalismo sono almeno tre, e sono piuttosto diverse fra loro. La prima è di ridurre l’enorme evasione fiscale del Mezzogiorno, facendo sì che la cosiddetta perequazione fiscale (o solidarietà dei territori ricchi verso quelli poveri) si trovi a dover correggere solo gli squilibri nei poteri di acquisto, e non – come accade oggi – anche quelli connessi a furbizia, lavoro nero, economia criminale: il successo di questa missione inevitabilmente costituirà un costo per i cittadini del Mezzogiorno (speriamo compensato da un buon uso delle tasse finalmente riscosse e parzialmente trattenute in loco). La seconda missione è di mettere a disposizione di tutte le regioni – del Nord e del Sud, a statuto ordinario e speciale – uno zoccolo minimo di risorse relativamente uniforme, e comunque ancorato alle caratteristiche oggettive di ogni territorio (per esempio la percentuale di anziani): il successo di questa missione favorirà il Sud, che oggi riceve troppo poco, e danneggerà le regioni a statuto speciale del Nord, che oggi ricevono troppo. La terza missione è di aumentare l’efficienza delle amministrazioni pubbliche, riducendo gli sprechi e creando un meccanismo capace di punire i cattivi amministratori e premiare quelli che fanno bene il loro mestiere: il successo di quest’ultima missione gioverà a tutte le regioni, aiuterà l’Italia a tenere in ordine i conti pubblici, e danneggerà soltanto i cattivi politici.

Può darsi che il federalismo abortisca, perché le tre missioni sono facili da enunciare, ma difficili da mettere in pratica. Però l’eventuale successo del federalismo non sarebbe una vittoria del Lombardo-Veneto contro le regioni meridionali, ma semmai un successo storico di queste ultime. Perché la «missione delle missioni» non è di restituire al Lombardo-Veneto il maltolto, bensì di aiutare tutti i territori ad avvicinarsi un po’ di più all’area più ricca ed efficiente del Paese. Se avesse successo, il federalismo potrebbe regalare all’Italia quel che sessant’anni di intervento pubblico nel Mezzogiorno non sono riusciti a realizzare: il graduale superamento della «questione meridionale».

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