L’opinione pubblica, signora mia

21 Ago 08

Andrea Romano

Signora mia, non c’è più l’opinione pubblica di una volta». Viene spontaneo rifarsi ad Alberto Arbasino leggendo i molti necrologi che in questi giorni ci hanno raccontato di un’Italia ormai docile e incapace di dissenso. Ha iniziato un Nanni Moretti più prevedibile del solito, lamentando una realtà italiana grossolana e un’opinione pubblica ridotta all’impotenza. Ha proseguito Walter Veltroni, con molte citazioni colte e un unico messaggio politico: il Paese è ridotto ad «un’informe massa nera», l’Italia è vittima di uno «sfarinamento morale e sociale» e tutti stiamo ormai precipitando in un «vuoto di senso e di memoria».

Ohibò, è in corso una catastrofe e non ce ne siamo neanche accorti! Non sarà invece che le lenti degli apocalittici sono appannate dalla mancanza di risposte, dall’incapacità di comprendere il Paese o anche solo dall’assenza di quell’umiltà necessaria a mettersi in discussione? In realtà proprio Moretti, quando torna a parlare da regista, si mostra assai più capace di cogliere i segni di novità che si muovono intorno a sé.

E riconosce giustamente nel cinema di Sorrentino, Garrone, Munzi e altri i tratti di «una nuova generazione di autori, produttori e sceneggiatori», che hanno saputo restituire vitalità ad un cinema italiano che fino a pochi anni fa era snobbato innanzitutto dal pubblico.

La stessa lucidità con cui Moretti guarda al suo mestiere potrebbe essere utilmente applicata alla sua visione di un Paese che qualche mese fa ha eletto in Parlamento una maggioranza di centrodestra e punito un Partito democratico incapace di innovare e convincere. Perché di questo si è trattato e non di una catastrofe di civiltà da cui la società italiana non si riprenderà più.

Chi come Veltroni si occupa di politica e non di cinema potrebbe smettere i panni lamentosi del Savonarola e dedicarsi con maggiore impegno a comprendere come e perché la sua offerta sia risultata tanto impopolare. In questo senso prendersela con il Paese invece che con sé stessi risulta una scorciatoia priva sia di fascino che di verità. Perché l’opinione pubblica italiana è viva e vegeta, carica di dissenso e fermenti critici che attendono di essere intercettati e tradotti in politica da una proposta che sia finalmente all’altezza di tempi nuovi e non ancora del tutto compresi.

Un esempio tra tutti: negli stessi giorni in cui si celebrava il funerale della società civile un sondaggio Gallup, citato ieri dal Corriere della Sera, descriveva i giovani italiani come i più pessimisti d’Europa. Cos’è questo se non il sintomo di una società tutt’altro che quieta e addomesticata, che reclama di essere sedotta da una politica finalmente capace di offrire fiducia e innovazione? A quei sintomi Veltroni, Moretti e gli altri apocalittici rispondono con un’alzata di spalle insieme altezzosa e moralistica, scambiando per assenza di vitalità civile quello che è invece l’inaridirsi di strategie e risposte politiche che hanno cessato da tempo di essere leggibili, ma che non di meno continuano ad essere replicate come se niente fosse.

È in quelle risposte il nodo del problema e non certo nel vigore di un’opinione pubblica tutt’altro che rassegnata. Così come è facile immaginare che un Paese costretto ancora una volta a scegliere tra berlusconismo di ritorno (eventualmente trasformato in tremontismo) e veltronismo terminale possa guardare con interesse ad una proposta che esca da questo arcinoto seminato, che sappia innovare uomini e prospettive, che riesca a fare quanto avviene in qualunque Paese normale: archiviare finalmente ciò che non funziona e scommettere su ciò che risponde meglio al proprio dinamismo.

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