Il Pd diviso e la sfida dei sindaci

20 Ago 08

Federico Geremicca

Non è certo un caso se, intervenendo nella polemica tra Sergio Chiamparino e il Pd piemontese, Walter Veltroni si sia guardato bene dal liquidare le questioni poste dal primo cittadino di Torino alla maniera con la quale – ma era un’altra epoca – Massimo D’Alema tentò di frenare la crescente influenza dei primi sindaci a elezione diretta. Con definizione non dimenticata, l’allora segretario del Pds – era il 1997 – li bollò come cacicchi (capi di antiche tribù sudamericane). Oggi, probabilmente, non lo rifarebbe: e riconoscerebbe, anzi, che proprio i cacicchi (governatori e sindaci delle grandi città) rappresentano il volto del nuovo Pd, la parte più solida – e nota e popolare – del gruppo dirigente democratico in senso lato. E in fondo si può dire che la decisione di Veltroni di schierarsi dalla parte di Chiamparino nella polemica che lo contrappone al suo partito segna forse il punto d’approdo di quella disputa politica e di potere che tanti danni ha fatto al centrosinistra negli ultimi quindici anni: e cioè la contrapposizione continua tra partito e leadership.

Il segretario del Pd ha scelto di prender campo nella polemica in corso a Torino, ma avrebbe in verità potuto farlo a Genova come a Bologna o in Sardegna, di fronte a ricandidature (quelle di Cofferati e Soru, per esempio) discusse o addirittura in discussione.

Il che testimonia, semplicemente, di quanto quella disputa non sia ancora chiusa e di quanti problemi continui a creare al Pd. Sono gli stessi problemi, in fondo, che hanno segnato per anni il rapporto tra Romano Prodi e la sua coalizione, mai disposta a riconoscerne pienamente la leadership. E non si è trattato – e non si tratta – di una semplice disputa per il potere. Alle spalle c’è una differente idea della politica e forse perfino della democrazia, del come distribuire – cioè – influenza, ruolo e pesi tra partito e leader: politico o di governo che sia. È il conflitto finale, in fondo, tra una tradizione politica figlia del ’900 (e dunque della Prima Repubblica) e l’irrompere sulla scena (con la Seconda) di partiti e poteri personali, con leadership scelte e legittimate direttamente dai cittadini.

Non può dunque sorprendere che i contraccolpi maggiori dell’impetuosa trasformazione in atto abbiano investito e investano soprattutto il centrosinistra, «casa» degli eredi dei maggiori partiti della Prima Repubblica – Dc e Pci in testa – sfiorando appena il centrodestra (nato, di fatto, con Berlusconi e la Seconda Repubblica). Si pensi solo – per fare un esempio – agli effetti prodotti nei due diversi campi dalla disputa tra partiti e leader. Dal 1994 alla fondazione del Pd, il Pds-Ds ha cambiato quattro segretari (Occhetto, D’Alema, Veltroni e Fassino) e il Ppi-Margherita addirittura cinque (Martinazzoli, Bianco, Marini, Castagnetti e Rutelli): dall’altra parte Berlusconi, Fini e Bossi sono da allora al loro posto. E il duello, naturalmente, ha avuto riflessi anche sulla guida del governo: il centrosinistra ha infatti cambiato quattro volte il suo candidato premier (Occhetto, Prodi, Rutelli e Veltroni) e ha avuto tre presidenti del Consiglio diversi (Prodi, D’Alema e Amato). Dall’altra parte, sempre e solo Berlusconi.

Tutto ciò magari dimostra (ma non è questo che ora interessa) che nel centrodestra c’è un problema di democrazia, ed è sicuramente vero. Ma anche la democrazia non è immutabile, può darsi regole diverse e distribuire pesi e contrappesi in maniera anche assai differente tra Paese e Paese. In ogni caso, o la si cambia cambiandone le regole o ci si adegua a quelle che ci sono: quel che è difficile fare è adeguarsi (e in alcuni casi addirittura promuovere) regole nuove tentando di farle vivere con logiche vecchie. Se si imbocca la via delle primarie e poi dell’elezione diretta per scegliere sindaci, governatori e capi del governo, per esempio, è poi impensabile immaginare che i partiti possano condizionarne oltremodo le scelte e limitarne l’autonomia d’azione: gli eletti, infatti, sentiranno – e a ragione – di dover rispondere del loro operato agli iscritti o ai cittadini, e non certo più ai vecchi apparati e alle burocrazie di partito.

Insomma, al di là del merito – e cioè di chi abbia torto e chi ragione – la sensazione è che sia questo il nodo ancora irrisolto che si cela dietro la polemica in atto tra Chiamparino e il suo partito o tra Renato Soru e mezzo Pd sardo. Così come non molto diversa, in fondo, è l’origine della polemica sulle decisioni solitarie contestate a Walter Veltroni. Tutto sembra dire, però, che per il Pd sia ora di uscire anche da questo guado. E le vie, in definitiva, sembrano soltanto due: o tornare indietro, con una battaglia restauratrice delle antiche regole (elettorali e non solo), o andare avanti assumendo le nuove genuinamente e fino in fondo. Il che vuol dire, nel caso in questione, semplicemente riconoscere e accettare l’autonomia conferita dai cittadini direttamente col voto a governatori e sindaci. Sperando, naturalmente, che non si trasformino in cacicchi.

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