Il Peronismo dietro l’angolo

10 Ago 08

Paolo Cirino Pomicino

Caro direttore, l’analisi di Emanuele Macaluso di qualche giorno fa sull’attuale quadro politico italiano è largamente condivisibile, così come il suo scetticismo, che riprende quello di Luca Ricolfi, sulla possibilità di un dialogo concreto sul terreno delle riforme istituzionali. A quella analisi, però, vorremmo aggiungere qualche altro tassello che meglio può aiutarci nel riprendere il bandolo di una politica smarrita. Piaccia o no, gli avvenimenti del ’92-’93 hanno avvelenato i pozzi della democrazia italiana e l’hanno sostituita con una liturgia sulla presunta modernità di un bipolarismo da trasformare, anche con la forza, in un bipartitismo anglosassone. Naturalmente senza gli anglosassoni.

Una truffa «culturale» per pure ragioni di potere, dimenticando che l’Italia repubblicana aveva già da quasi 50 anni due grandi partiti di massa, che insieme raccoglievano oltre il 65% degli elettori. Quei due partiti, la Dc e il Pci, si alternavano alla guida degli enti locali (nel 1975 solo Bari e Palermo tra i capoluoghi di Regione non passarono al governo socialcomunista) mentre se ciò non avveniva nel governo nazionale era per esclusiva responsabilità del Pci, la cui proposta politica finiva per essere inaccettabile dalle altre forze democratiche e dalla stragrande maggioranza del Paese. Insomma la democrazia «imperfetta» era frutto della politica e non di un sistema elettorale inadeguato. Chi pensò il contrario o non aveva capito niente o mentiva. La fine del comunismo internazionale, infatti, non innescò in Italia l’auspicabile evoluzione socialista del vecchio Pci che cominciò a ricercare quella terza via di un partito nuovo che andasse oltre la cultura socialista europea, protraendo così quell’anomalia tutta italiana dell’assenza di un partito socialista di massa.

La confusione è sotto gli occhi di tutti. L’affannosa ricerca di quella terza via politicamente inesistente spinse, poi, a cercare nel sistema maggioritario un alibi culturale per poter governare a prescindere dall’identità di ciascuno. E fu il disastro. Fu messo in soffitta il sistema proporzionale, fu introdotta, anche se solo per il 25%, la lista bloccata insieme ai collegi uninominali maggioritari che riducevano pesantemente il costume democratico del Paese perché in almeno il 70% di quei collegi si sapeva fin dall’inizio chi avrebbe vinto e senza alcuna partecipazione del cittadino. E come se non bastasse fu introdotto quel premio di maggioranza che è un vero imbroglio democratico, che non esiste in nessun altro Paese occidentale e che ha un disdicevole precedente nella Legge Acerbo di mussoliniana memoria, per cui da 15 anni i governi, compreso l’ultimo, sono maggioranza in Parlamento ma minoranza nel Paese. Partiti senza più culture politiche di riferimento e con un crescente stampo lideristico hanno trasferito, così, nelle istituzioni quell’autoritarismo che ha raggiunto il limite della tollerabilità con l’abolizione del voto di preferenza e con la «nomina» di deputati e senatori. E già si vedono i contraccolpi anche nella pratica dirigistica dell’ultima azione di governo.

Questa breve descrizione di ciò che è successo in questi 15 anni serve solo per dire che o si riprende il bandolo di una cultura politica e democratica di cui sono stati svuotati partiti e istituzioni o il dialogo sarà solo per piccoli interessi di potere tra gruppi dirigenti sempre più ristretti e sempre più autoreferenziali che non reggerà all’urto dei drammatici problemi di questo Paese. Il compito di invertire la direzione di marcia spetta innanzitutto al Partito Democratico e al cattolicesimo politico che dovranno recuperare nel più breve tempo possibile quel tanto di identità e di democrazia in grado di contagiare il centrodestra nel quale una crescente visione bonapartista sta mettendo a dura prova non solo la Lega Nord ma anche frange di quel partito che ancora non c’è e che pur si chiama Popolo della Libertà. La proposta di Macaluso di eleggere un’assemblea costituente con metodo proporzionale separando l’azione di governo e riforme costituzionali può anche essere utile, ma solo dentro questo schema. Fuori di esso, infatti, e al di là della stessa volontà dei protagonisti c’è solo un sistema peronista che poco o nulla ha a che fare con le democrazie occidentali. E a questo tipo di democrazia seguono sempre il disastro economico e lo sfaldamento della coesione sociale come purtroppo già oggi si comincia drammaticamente a vedere.

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