Il campanilismo ospedaliero

9 Ago 08

Gian Antonio Stella

«Dove potrà un infartuato in via del Corso trovare un soccorso efficiente per scansare insidie spesso fatali?». A sentire i cori di protesta che si levano in questi giorni a Roma contro la scelta di chiudere il San Giacomo, ipotesi apocalittica che ha spinto a mozioni di protesta con migliaia di firme, interrogazioni parlamentari, appelli disperati a Berlusconi e perfino all’incatenamento di un paio di consiglieri, pare che da domani la capitale sia abbandonata alle furie di una peste bubbonica. Che sarà della Città Eterna, senza il San Giacomo? Poi vai a vedere i numeri e scopri che il vetusto ospedale, di cui si vanta «un patrimonio genetico di settecento anni» (onestamente: mal portati) ha oggi 170 posti letto, ospita mediamente 115 ricoverati e tra medici, infermieri, impiegati vari dà lavoro a 748 persone: sei e mezzo per ogni letto occupato. Di più: il pronto soccorso, che comunque resterebbe aperto anche dopo la chiusura, assiste un terzo degli infortunati del San Giovanni e meno di un quinto dell’Umberto I e i casi critici sono 5,7 ogni mille. Di più ancora: il Santo Spirito è a meno di due chilometri, il Fatebenefratelli a due e mezzo, il San Giovanni a quattro. E allora?

Lo scontro tra il governo di centrodestra e la giunta regionale di centrosinistra è noto. Il governatore Piero Marrazzo dice di avere ereditato un buco colossale dal suo predecessore Francesco Storace e rivendica oltre due miliardi e mezzo di euro del Fondo sanitario nazionale da lui anticipati. L’esecutivo risponde che i soldi arretrati non gli sono stati dati proprio perché il Lazio (una delle «regioni canaglia » con la Campania, la Sicilia, la Puglia, la Calabria e l’Abruzzo) non ha rispettato l’impegno di abbattere i costi. Il tempo, se galantuomo, dirà chi ha ragione e chi torto. Certo è che anche la rivolta contro la chiusura del San Giacomo, che il celebre professor Ferdinando Aiuti invita ad accantonare per eliminare piuttosto «i piccoli presidi ospedalieri dislocati nei comuni con pochi abitanti», è tutta dentro una vecchia piaga italiana ormai purulenta: «tagliate ovunque, ma non a casa mia». Proprio contro il rifiuto campanilista di chiudere i «piccoli presidi ospedalieri dislocati nei comuni con pochi abitanti» si stanno infatti scontrando da tempo un po’ tutti i governatori italiani.

È successo nelle regioni dai conti in ordine come la Lombardia e il Veneto, dove Giancarlo Galan dopo avere chiuso o riconvertito varie strutture l’ha appena spuntata su una clinica convenzionata di San Donà che aveva visto la bellicosa resistenza del sindaco leghista e sette ricorsi al Tar. Ed è successo nelle regioni meno virtuose, come la Calabria, dove vari presidenti di destra e sinistra non sono mai riusciti a portare a termine, ad esempio, un riassetto dei sette-ospedali-sette della Piana di Gioia Tauro. Dove Palmi, secondo l’Annuario statistico sanitario, detiene un record duro da battere: 268 dipendenti per 28 letti utilizzati: 9 addetti e mezzo a ricoverato. Eppure proprio i dati dell’Annuario ministeriale dicono che una svolta è obbligatoria. Se in tutta la penisola esistono 1.295 ospedali pubblici o convenzionati, pari a uno ogni 45 mila abitanti, la sproporzione tra le diverse aree del Paese è abissale. Basti dire che ce n’è uno ogni 83mila cittadini nel Veneto e uno ogni 29 mila nel Molise.

Più ancora, però, sconcerta lo squilibrio della tabella delle strutture pubbliche in senso stretto. Come è possibile che ce ne siano una ogni 146mila in Emilia Romagna o addirittura ogni 165mila in Lombardia, con servizi nettamente sopra la media, e una ogni 40mila nel Molise? Una ogni 651 chilometri quadri in Piemonte e ogni 202 in Campania? Insomma, sempre lì torniamo. Alla necessità di mettere ordine uscendo dalle logiche dell’elettorato da accontentare, del bacino di influenza, della clientela. Ma soprattutto da quella logica del «n.i.m.b.y» («not in my backyard», non nel mio cortile) che rischia di paralizzare l’Italia sul fronte della sanità ma anche dei porti, degli aeroporti, dell’energia, della scuola… Una logica perversa che, davanti alle obiezioni di chi sostiene che non c’è senso ad avere a Roma sei ospedali generalisti nel centro storico contro i due di Parigi e i due di Londra, fa spallucce: non si possono fare paragoni. E invece val la pena di guardarli, i numeri. Valgono per la destra e per la sinistra. E dicono che a Roma ci sono oggi 21 presidi ospedalieri pubblici più 59 privati per un totale di 80 strutture più altre 34 in provincia. Somma finale: 114. Quanti teorizzano nei giorni pari la necessità di tagliare e nei giorni dispari erigono barricate contro i tagli che li toccano, dovrebbero pensarci su. Lo spirito tatcheriano e l’ospedale sotto casa non sono tanto conciliabili.

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3 Responses to “Il campanilismo ospedaliero”


  1. 1 Chiara settembre 4, 2008 alle 11:09 am

    Ma che lucida analisi, me ne compiaccio.
    ora per cortesia mi dice che diamine di fine faranno i malati seguiti dal reparto nefrologia del San Giacomo, e i dializzati?

    Prima di rispondere le do qualche dato:

    All’interno dell’ospedale San Giacomo è attiva l’Unità Operativa Complessa di Nefrologia e Dialisi, Centro di Riferimento Regionale, attiva dal 1977 con un centro dialisi di 16 posti dove effettuano la terapia circa 50 pazienti e altri 30 effettuano la dialisi peritoneale domiciliare. Inoltre, è attiva la degenza nefrogica autonoma con 11 posti letto, e dall’ospedale dipendono altre due centri dialisi decentrati situati in strutture private convenzionate, inoltre presso la nefrologia sono in cura pazienti trapiantati di rene ed è attivo l’ambulatorio nefrologico. La degenza nefrologica dell’ospedale San Giacomo è l’unica del centro di Roma, infatti, ne il San Giovanni, ne il Santo Spirito, ne il Sant’Eugenio, ne tantomeno il Celio ospedale militare, dove sono attive delle Unità Operative di Nefrologia hanno a disposizione la degenza nefrologica autonoma, mentre tutti insieme non si arriva a 10 i posti letto di degenza nefrologica attivi al San Camillo, Policlinico Umberto I, Fatebenefratelli, l’unica degenza è all’ospedale Sandro Pertini con 8 posti letto. Dove finiranno, alla chiusura dell’ospedale i pazienti in cura al San Giacomo? Preso atto che non si parla più del nuovo ospedale della Bufalotta, (ma forse non se ne è mai parlato seriamente) e non avendo letto di ampliamenti e realizzazioni di nuovi posti dialisi e posti di degenza, dobbiamo supporre che i pazienti in cura al San Giacomo, verranno “smistati”, per quanto riguarda l’emodialisi in strutture private accreditate o convenzionate, per quanto riguarda la dialisi peritoneale negli ospedali della capitale che la effettuano, (tra questi non ci sono il Sant’Eugenio e il San Giovanni). E per quanti avranno bisogno di essere ricoverati in nefrologia, varrà il principio del “si arrangi chi può” con la ricerca di un posto letto. Il tutto, mentre le malattie renali sono in aumento, e una adeguata prevenzione e la possibilità di cura creerebbero da sole un risparmio evitando a tante persone, soprattutto anziane con pluripatologie di arrivare alla terapia dialitica, e contemporaneamente la regione predipone delle linee guida per l’assistenza dei trapiantati renali presso i reparti di nefrologia (mentre li chiude).

    Deduco che lei non abbia nè parenti nè amici con malattie renali.

  2. 2 marzia settembre 4, 2008 alle 11:32 am

    Quando ti colpirà una glomerulonefrite e avrai bisogno di un posto letto per la dialisi, secondo me, cambierai idea.

  3. 3 giorgia settembre 28, 2008 alle 1:08 am

    Spero che si sia letto la risposta che il dottor Germano Zampa, oncologo del San Giacomo, le ha scritto sull’Unità del 26 settembre. Il Corriere naturalmente si è ben guardato dal pubblicargliela.


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