Giochi senza pace

9 Ago 09

Massimo Gramellini

Era già accaduto che una guerra non si fermasse per l’Olimpiade. Mai però che cominciasse in concomitanza con la cerimonia inaugurale. E’ un altro record stabilito dall’umanità: i russi che invadono l’Ossezia nelle stesse ore in cui i loro atleti sfilano a Pechino sotto lo sguardo benedicente di un Putin in maniche di camicia che si dichiara molto preoccupato: non per i morti, ma per gli arbitraggi. Se Pindaro fosse vivo, morirebbe di crepacuore.

Ivivi, molti dei quali non sanno chi sia Pindaro, continuano invece tranquillamente a campare, come se «questo» sport e la violenza potessero coesistere benissimo e addirittura procedere appaiati. Difficile dar loro torto. L’idea che l’Olimpiade degli antichi fosse un rito sacro che sanciva la sospensione di ogni conflitto armato è qualcosa di suggestivo che poteva emozionare giusto i lirici greci. Eppure anche l’Olimpiade moderna di De Coubertin era nata con un’anima: retorica finché si vuole, ma reale. Pace, giovinezza, lealtà, fratellanza, solidarietà. Parole oggi quasi grottesche, se applicate all’Esibizione Mondiale del Muscolo Gonfiato. Diventa patetico, lo ammetto, scandalizzarsi per il mancato rispetto che in Ossezia hanno manifestato nei confronti di un evento che non ne merita più alcuno, spolpato com’è di qualsiasi dimensione spirituale.

Durante la guerra fredda le grandi potenze usarono l’arma del boicottaggio per svilire l’Olimpiade organizzata dall’avversario. Nel 1996 l’edizione del centenario venne assegnata ad Atlanta anziché alla Grecia, come sarebbe stato ovvio, per accontentare una nota marca di bibite che comincia per Coca e finisce per Cola. E già dalla metà degli Anni Ottanta gli atleti avevano cominciato a doparsi in modo scientifico: fino alla realtà attuale, venti bombati estromessi dai Giochi ancor prima che si cominci e chissà quanti altri regolarmente in gara, anche se prodighi nel rilasciare commenti scandalizzati contro i colleghi beccati con le mani nel sacco. Da rito della fratellanza, l’Olimpiade è diventata trionfo della volontà di potenza: del Paese organizzatore che vuole mostrare al mondo quanto sia bravo e quanto sia bullo, degli sponsor che tutto possono e muovono, degli atleti che sono disposti a qualsiasi compromesso morale e farmacologico pur di dare un valore economico ai sacrifici compiuti in tanti anni di allenamenti feroci.

Il nuovo spirito olimpico è stato colto alla perfezione dalla cerimonia inaugurale di Pechino. Bella senz’anima. Stupefacente ma poco emozionante. Potente ma piatta. Epica nelle scene di massa ma totalmente priva di quel linguaggio muto di simboli e miti che ogni cerimonia inaugurale – a Mosca come a Barcellona, a Sydney come a Torino – aveva tramandato. In un contesto simile è probabile che gli eserciti d’Ossezia non si siano proprio posti il problema di un accavallamento del calendario. Ed è difficile fare la morale a loro quando non si riesce più a farla nemmeno a noi, che da domani ricominceremo a lucidare la trappola del tifo nazionalista per appassionarci alla medaglia di bronzo di qualche compatriota che dal giorno dopo ricominceremo serenamente a ignorare.

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