Il gelato cura dell’anima

8 Ago 08

Guido Ceronetti

Chi transiti oggi per Torino senza conoscerla ponga mente al gelato. Il moltiplicarsi di gelaterie in gara per variare e sempre più affermare il prodotto – locali spesso molto piccoli, senza un tavolino per sostare – è un sintomo di città infelice. La golosità non c’entra, il confronto, simmetrico, si può fare coi farmaci in libera vendita o alternativi, autoprescritti o caldeggiati al telefono da consumatori.

Gelateria come farmacia atipica, un unico prodotto in vendita, utile per deviare un incombente attacco di panico, indurre ripetibilmente un oblio, staccare la spina di una convivenza intollerabile, ipnotizzare un eccesso di fatica a vivere, tamponare una solitudine. Corre un tacito accordo su questo: il gelato può, purché (condizione essenziale) non sia un qualunque gelato, quello di ogni bar, quello del ristorante o della stazione, di città sconosciute e meno afflitte, quello del turista americano o giapponese per i quali gelato o San Pietro o gondola sono la stessa ignominiosa cosa. Dunque, gelato artigianale, ma attenzione. Anche di gelaterie artigianali ce n’è un termitaio. Artigianale di quel certo luogo, di quel certo nome, con caratteristiche specifiche di alta qualità e di ingredienti non tossici.

Quello soltanto contiene il principio attivo, e la gente (autentici malati di patologie psichiche, non semplici masticatori di Foglietti Illustrativi) lo ha perfettamente capito, accorre, fa coda, si fissa su una preferenza, sperimenta.

Un tempo il gelato scompariva, quasi del tutto, tra ottobre e aprile inoltrato. Quello dei tricicli, che dato il mezzo poteva arrivare dappertutto, era un segno dell’estate. Un effetto Prozac era inimmaginabile. Oggi il consumo invernale, anche nelle giornate più rigide, è incessante ed è enorme. Quel certo tipo di gelato risponde a tutt’altro bisogno che ad una sete vulgaris indotta dalle calure.Calma l’anima – non la sete… Del resto è noto che sorbetto o gelato non dissetano, ma creano sete, infatti sono spesso serviti, dove c’è sosta, con accompagnamento di acqua tiepida o calda. Il tradizionale gusto al cioccolato va giù freddo però riscalda. In una gelateria terapeutica è una concessione a vecchie abitudini: io sopprimerei dalla lista il cioccolato, che come farmaco è meglio in tavolette.

In verità, io non ho mai amato granché il gelato… Obbligato ad un prolungato soggiorno torinese nel passato inverno ho riscoperto i punti che talvolta, direi raramente, frequentavo, come Pepino e Fiorio e scoperto che per lo più in questa zona storica, tra Porta Nuova e via Po, si sono impiantati gli spazi nuovi (Grom, «La Piazzetta», altri che non ho sperimentato) dove l’affare è sicuro perché è là che, evidentemente, si concentra e accorre la maggior parte delle infelicità cittadine. Non vanterò la bontà del prodotto in quanto è di secondaria importanza. E’ ovvio che se i sapori fossero immondi (gelato all’olio di merluzzo, gelato all’ammoniaca o al sudore d’autobus) il boom regredirebbe. Per un ragionevole guadagno la squisitezza è basilare. Però nel magico quadrilatero del Gelato, dove l’inquinamento dell’aria è più forte, la fortuna del gelatiere è dovuta alla capacità di soddisfare necessità di tutt’altra natura. L’evento è essenzialmente, e forse interamente, culturale. Così un irrespirabile Centro genericamente detto Storico, si è fatto, grazie al gelato, un’anomala Casa di Cura. Non è lontano il giorno che tra le coppette e i coni compariranno anche i libri, ed è significativo che le principali librerie, e specialmente le esoteriche, si trovino nei paraggi.

Il ritorno dei Templari non è lontano, il Dalai Lama si avvicina a misura che il Papa si allontana. Qualcosa di strano succede, intorno alle nuove gelaterie.

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