Leggere scrivere e… far di canto

5 Ago 08

Luigi Berlinguer

Imparare la musica è cosa fra le più impegnative. È più difficile suonare che svolgere un esercizio di matematica o un tema d’italiano. Ma anche più coinvolgente, più emozionante. È fra le attività più formative che si conoscono, giacchè coniuga insieme gioia e fatica. Ma allora, perché la si tiene fuori dall’istituzione educativa principe: la scuola? Mistero. Come mai nella scuola italiana non si pratica l’arte, non si stimola la creatività artistica, che è inclinazione profonda di ogni essere umano? Mistero. Mistero e bestemmia. Vecchia decisione irresponsabile di una dottrina filosofico-pedagogica-politica che da cent’anni ci ha tenuto fuori dal mondo evoluto. Il «Comitato per l’apprendimento pratico per la musica per tutti gli studenti», che presiedo, lavora per lavare il torto subito (ne ha parlato su queste colonne Paolo Gallarati, «Se la musica tornasse a scuola», il 20 luglio). E ha ottenuto già qualche successo: ad esempio, la ripresa dei laboratori musicali nelle scuole e, soprattutto, l’inserimento della musica nel curriculum ufficiale della scuola dai 3 ai 14 anni.

A sostegno della nostra tesi sono le nuove conoscenze neurofisiologiche, che dimostrano che la pratica musicale sviluppa le altre, tutte le facoltà cerebrali e favorisce un miglior rendimento culturale e scolastico complessivo degli alunni. Come anche lìantica esperienza pedagogica, che ha registrato una più matura socializzazione e un reciproco rispetto ottenuti con la pratica musicale d’insieme, straordinario fattore educativo. Aristotele diceva che la musica induce alla virtù e favorisce la libertà. Anche grazie alla nostra azione, nella scuola sono aumentate le attività musicali facoltative, ed è soprattutto cresciuta la domanda di genitori e alunni d’espanderne l’insegnamento. Il comitato è però impegnato in primo luogo nell’azione di rendere operativo il curriculum, che prevede l’apprendimento pratico musicale per tutti gli studenti, visto che l’Italia non è nuova al malvezzo di adottare una norma e lasciarla inapplicata nel cassetto. Per questo abbiamo moltiplicato le iniziative di approfondimento del tema di quale didattica musicale adeguata a tutti gli studenti. Non basta che un musicista sia chiamato a insegnare, abbia un diploma di conservatorio, ma non sappia come la musica s’insegna. E come la s’insegna tenendo conto che è altra cosa insegnarla a chi ha 3 anni, o 10 o 15. Stiamo producendo uno sforzo particolare nei conservatori, nelle università, nelle esperienze scolastiche, in sede dottrinaria, con l’ausilio di teatri, scuole di musica, corali, bande, associazioni musicali.

Un particolare va segnalato, di estrema rilevanza: non si parla d’insegnamento ai futuri musicisti professionisti, ma di musica per tutti. Che deve venire a far parte delle conoscenze e dell’esperienza intellettuale di base per ogni persona. Musica insegnata a scuola a tutti per 2-3 ore settimanali soltanto, che richiede quindi metodi didattici coinvolgenti, accattivanti, che sostengono il percorso formativo e non lo scoraggino fin dai primi passi, e che però siano in grado di produrre allo stesso tempo una vera crescita culturale e artistica, per giungere a risultati di qualità. In più, occorre – in questo periodo di tagli e vacche magre – produrre uno sforzo compatibile col duro momento finanziario del Paese. Il Comitato presenterà a breve un progetto realistico, graduale, pluriennale, tendente a utilizzare razionalmente tutte le risorse già disponibili e avviare la definitiva curricularizzazione in concreto dell’apprendimento pratico musicale per tutti. Il ministro Gelmini ci ha incoraggiato a elaborare e presentarle un tale progetto. Lo faremo. Stiamo così promuovendo in Italia le basi per una nuova cultura musicale.Ma anche per la scuola, per cambiarla, vitalizzarla, deputata – come deve essere – a insegnare a leggere, scrivere, far di conto ma anche far di canto.

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