Le virtù delle forbici

5 Ago 08

Sergio Romano

Il ministro della Economia è riuscito ad anticipare i tempi della Legge finanziaria e ad abolire buona parte dell’indecoroso mercato con cui il Parlamento stravolgeva le grandi linee della politica governativa. Ma non è riuscito a impedire il logorante bisticcio con i colleghi, quasi tutti impegnati a difendere il loro portafoglio ministeriale dalla scure del Tesoro. Nulla di nuovo. Il denaro è potere. Non vi è sistema politico in cui il ministro possa accettare la decurtazione del bilancio senza rinunciare a una parte delle sue ambizioni. Un ministro che cede senza strillare e non riesce a contrattare la riduzione del danno corre il rischio di perdere autorità agli occhi dei suoi funzionari e della piccola corte di clienti che fanno parte della sua personale tribù politica.

Eppure la scure di Tremonti, in questo caso, è perfettamente giustificata da almeno due ragioni. In primo luogo non si vede come l’Italia possa ridurre il disavanzo e il debito pubblico senza lavorare di forbice sul fabbisogno delle pubbliche amministrazioni. La crescita del Pil è modesta, quasi insignificante, e la pressione fiscale è una delle più alte in Europa. Non si può invocare pubblicamente, come unico rimedio possibile, la riduzione della spesa pubblica (un obiettivo su cui l’accordo sembra essere pressoché generale) e permettere che l’operazione vada e insabbiarsi nella palude degli egoismi ministeriali.

La seconda ragione è ancora più importante. Le grida di rabbia dei ministri colpiti sono fondate sulla presunzione che l’organizzazione dei loro ministeri e il modo in cui usano le risorse fornite dallo Stato siano intangibili. Ma non vi è ministero o pubblica amministrazione in cui non vi siano stati negli ultimi decenni un progressivo aumento delle spese e una crescente diminuzione dei controlli. Chi scrive ricorda ancora amministrazioni dello Stato in cui l’Economo (un personaggio indispensabile della buona amministrazione) controllava l’uso della cancelleria, sorvegliava i conti telefonici, lanciava ammonimenti. L’aumento della spesa pubblica in Italia è il risultato di una somma di fattori apparentemente modesti, ma complessivamente rilevanti: sprechi, controlli negligenti sul lavoro dei singoli dipendenti, quieto vivere del capufficio, complicità sindacali, sciatteria nell’uso dei beni pubblici e beninteso contratti di consulenza che hanno creato col passare del tempo un’affollata funzione pubblica parallela, composta da personale privato (gli americani, in Iraq, li chiamano contractors) al servizio dei singoli uomini pubblici. Come Margaret Thatcher negli anni Ottanta, Giulio Tremonti ha capito che le cose cambieranno soltanto quando i ministri, messi con la spalle al muro, saranno costretti a occuparsi personalmente dei conti dei loro ministeri e a fare un migliore uso delle risorse di cui dispongono. La necessità acuisce l’ingegno. Ridurre il bilancio di un’amministrazione può essere, paradossalmente, il miglior modo per renderla più efficiente. Anziché fare la politica del bastian contrario, l’opposizione dovrebbe assecondare questa linea e pretendere che sia accompagnata da controlli di qualità e produttività.

Questo non significa che ogni ministero e ogni capitolo di spesa possano essere trattati con gli stessi criteri. La politica del ministro dell’Economia sarà tanto più credibile quanto più i tagli saranno accompagnati da maggiori stanziamenti per alcuni settori indispensabili al futuro del Paese. Come ha suggerito un lettore del Corriere qualche giorno fa, esistono spese del ministero della Difesa che possono essere considerevolmente ridotte. Ma non è possibile fare affidamento sulle forze armate per la proiezione dell’Italia all’estero e privarle contemporaneamente dei due fattori — addestramento e materiali — da cui dipende la loro funzionalità. Non è possibile lesinare sulle infrastrutture senza pregiudicare il futuro. E non è possibile, infine, continuare a trascurare l’innovazione e la ricerca. Dopo essersi proposto la creazione dell’equivalente italiano del Massachusetts Institute of Technology (a proposito: ci piacerebbe essere informati sullo stato dei lavori), Giulio Tremonti non può ignorare che l’avarizia dello Stato in questo settore ha avuto in questi ultimi decenni due conseguenze negative: ha spinto molti giovani d’ingegno ad abbandonare il loro Paese e ha reso l’Italia, nel grande mercato delle innovazioni e dei brevetti, un Paese debitore. I soldi che non diamo ai nostri ricercatori finiamo per darli, con gli interessi, agli inventori stranieri.

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