Le anatre zoppe

3 Ago 08

Luca Ricolfi

E’ stata, quest’ultima, la settimana del dialogo, o meglio del tentato dialogo. Fermamente caldeggiato dal Presidente della Repubblica, ripetutamente auspicato dai presidenti di Camera e Senato, preparato da incontri-colloqui-colazioni con i principali leader dell’opposizione, il dialogo sulle riforme sta tenendo banco nonostante lo scetticismo più volte manifestato da Silvio Berlusconi. Molti parlano di Legislatura costituente, qualcuno – come Emanuele Macaluso su questo giornale – propone addirittura di eleggere un’Assemblea («costituente» anch’essa) con il compito di riscrivere le regole fondamentali della Repubblica.

Il ragionamento dei «costituenti» è perfettamente logico, e si può riassumere così. Le regole del gioco non funzionano più, perciò dobbiamo cambiarle. Per riuscire a farlo senza lacerazioni deve esserci un larghissimo consenso. Ma mentre sui contenuti, ossia sulle politiche, è perfettamente naturale che la destra e la sinistra abbiano idee molto diverse su quel che andrebbe fatto per rilanciare l’Italia, sulle regole è invece indispensabile un accordo il più ampio possibile fra maggioranza e opposizione.

Insomma: una volta fissate le regole, ognuno faccia il suo gioco, ma nessuno pretenda di cambiare le regole senza il consenso dell’avversario.
Come tutti i ragionamenti logici, quello dei costituenti non fa una grinza. Anch’io penso che le regole non funzionino più, e che per farle funzionare decentemente dovremmo toccare almeno sei nodi nevralgici: bicameralismo, tipo di assetto federale, legge elettorale, regolamenti parlamentari, potere dell’esecutivo, rapporti fra magistratura e politica. A differenza dei costituenti, tuttavia, ho un sospetto da cui non riesco a liberarmi, e cioè che – nella situazione presente – per maggioranza e opposizione sarebbe molto più facile (o meno difficile) convergere sui contenuti del gioco che sulle sue regole. Fuor di metafora: sarebbe molto più facile cooperare sulle riforme economico-sociali che sulla riforma delle istituzioni.

Una parte del mio scetticismo deriva, lo ammetto, dal fatto che sono troppo vecchio per non sentire un brivido alla schiena tutte le volte che sento ripetere con baldanza «questa sarà una legislatura costituente!»: l’ho ascoltata troppe volte quella frase, specie negli ultimi vent’anni, per non provare incredulità e fastidio ogni volta che la risento pronunciare con solennità, e senza alcun imbarazzo retrospettivo. Una parte dei miei dubbi, tuttavia, deriva da considerazioni meno emotive. Ad esempio dal fatto che è proprio sulle regole che i due schieramenti hanno oggi il massimo di divergenze difficilmente componibili, o componibili in modo discutibile. Esempi?

Rafforzamento dell’esecutivo e regolamenti parlamentari più snelli: in astratto la sinistra è d’accordo, ma come potrà accettarli all’inizio di una legislatura in cui lamenta le tendenze neo-autoritarie, la dittatura della maggioranza, il «golpe finanziario», l’esproprio del Parlamento, il «presidenzialismo strisciante», insomma l’eccesso di potere del premier?
Riforma della giustizia e del Csm: Berlusconi è deciso a ridurre il potere e la discrezionalità dei magistrati, ma Veltroni avrebbe il coraggio di dire apertamente quel che molti nel Pd pensano, e cioè che i magistrati e le loro organizzazioni sono corresponsabili del cattivo funzionamento della giustizia?

Legge elettorale: qui, almeno rispetto alle imminenti elezioni europee, un accordo più o meno segreto fra Pdl e Pd pare esserci, quello di mettere uno sbarramento al 4-5% in modo da impedire l’elezione di rappresentanti di Rifondazione comunista e degli altri partiti piccoli e piccolissimi. Ma siamo sicuri che sarebbe un bene?

Resterebbe il federalismo, ma in questo caso il problema delle riforme istituzionali è indissolubilmente intrecciato a quello delle riforme economico-sociali. E la ragione è molto semplice: con una crescita vicino a zero e una pressione fiscale al 43% l’unico vero margine di manovra del governo è ridurre la spesa pubblica corrente, e il federalismo – se ben disegnato – è oggi l’unico strumento che potrebbe raggiungere quel risultato.
Perché governo e opposizione dovrebbero trovare un’intesa su federalismo e riforme economico-sociali, visto che è già tanto difficile mettersi d’accordo sulle regole del gioco?
Tutto sta a intendersi su quel «dovrebbero». Se devo azzardare una previsione, confesso che mi aspetto ben poco: il governo cercherà prima di tutto di restare in sella, e l’opposizione di sfruttare le debolezze del governo per vincere le elezioni del 2013. Se però, per un momento, proviamo a prendere in parola Pd e Pdl e confrontiamo i loro comportamenti attuali con le promesse di pochi mesi fa, non possiamo non notare che entrambi si stanno muovendo come anatre zoppe, ossia in un modo che tradisce gli elettori e alla lunga non produce consenso, ma semmai lo erode progressivamente. Ancora ieri sera Berlusconi ha spiegato perché dobbiamo tirare la cinghia (i conti pubblici sono ancora in rosso…), ma finora il governo non è stato in grado di prospettare al paese qualche contropartita tangibile e relativamente vicina nel tempo, salvo la cosiddetta social card di Tremonti (500 euro l’anno per un milione di bisognosi). Il Partito democratico ha annunciato battaglia sui tagli alla spesa pubblica, ma non ha spiegato né perché ha improvvisamente deciso di osteggiarli (pochi mesi fa, in campagna elettorale, aveva promesso la bellezza di 15 miliardi di tagli l’anno) né che cosa di veramente diverso si potrebbe fare oggi senza mettere a repentaglio l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2011.

Destra e sinistra, in altre parole, stanno mettendo in atto solo negazioni (i tagli) e negazioni della negazione (l’opposizione ai tagli), senza tuttavia riuscire a trasmettere ai cittadini-elettori nessuna idea positiva del futuro che ci preparano. Eppure basterebbe rileggere i programmi dei due schieramenti per scoprire che le azioni positive c’erano, e spesso erano del tutto simili. Il denominatore comune dei programmi del Pd e del Pdl era e resta la scommessa sulla responsabilità e sul merito, ossia precisamente quella stella polare che finora risulta poco visibile sia nell’azione di governo sia nelle critiche dell’opposizione. In entrambi i programmi c’era l’idea di risparmiare risorse tagliando gli sprechi, ma in entrambi i programmi c’erano anche tre idee fondamentali: che i tagli non dovessero colpire le amministrazioni virtuose, che i meritevoli dovessero ricevere premi, che lo Stato sociale dovesse essere completato con ammortizzatori sociali, asili nido, politiche contro la povertà, misure per i non autosufficienti.

Detto in termini macroeconomici: va bene che una parte dei risparmi di spesa vada a riduzione del debito pubblico, ma una parte non irrisoria di essi dovrebbe andare a beneficio di chi si è comportato in modo virtuoso o è in condizioni di assoluto bisogno. Se aumentano le tasse universitarie, devono aumentare le borse di studio per i giovani senza mezzi ma capaci e meritevoli. Se si tagliano le risorse alle Regioni con la sanità in rosso, si devono sostenere gli investimenti di quelle che hanno messo in atto le «migliori pratiche». Se si aumenta la flessibilità sul mercato del lavoro, bisogna completare la legge Biagi con quegli ammortizzatori sociali sempre promessi e mai attuati. Se si riducono i posti di lavoro nella scuola e nell’università, non lo si può fare con meccanismi di rallentamento del turnover uguali per tutti. Se si puniscono i fannulloni, bisogna trovare meccanismi efficaci e visibili per premiare i meritevoli, possibilmente subito e non solo «in prospettiva».

Su tutte queste cose i margini per dialogare e convergere ci sono, a patto che destra e sinistra non rinneghino quel che hanno detto in campagna elettorale, e tornino a guardare alla loro comune stella polare: la promozione della responsabilità e del merito. E chissà che, cominciando a capirsi sulle cose che interessano la gente (le riforme economico-sociali), alla fine non si finisca per capirsi di più anche su quelle che appassionano i politici di professione, le famose «regole del gioco».

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