L’arma della minaccia

1 Ago 08

di Pierluigi Battista

Una minoranza prepotente e chiassosa decide per tutti chi debba essere abilitato o meno alla commemorazione delle vittime della strage di Bologna. Avviene da anni, da troppi anni. Ed è bastato l’annuncio del ministro Alfano di rappresentare il governo nella manifestazione del 2 agosto per far esplodere il coro minaccioso di chi ha promesso fischi e contestazioni contro la «provocazione». Il governo ha deciso così di chiedere ad Alfano «il sacrificio di rinunciare per tagliare alla radice le polemiche che avrebbero finito per mancare di rispetto alle vittime». Non è stata sufficiente l’aperta e coraggiosa dissociazione del Pd dalle minacce di contestazione.

Nemmeno l’appello del sindaco Cofferati a non «danneggiare la percezione di un atto così composto e così corale» quale dovrebbe essere la commemorazione di un eccidio che ha sconvolto l’Italia intera 28 anni fa. Persino l’esortazione del presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime Bolognesi è rimasta inascoltata. Hanno vinto i professionisti della minaccia, le minoranze guastatrici incapaci di rinunciare a un rito violento che con il ricordo di quella carneficina non ha oramai più nessun rapporto. Sulla strage del 2 agosto 1980 la giustizia ha pronunciato il suo verdetto, riconoscendo come colpevoli esponenti chiave del terrorismo neofascista come Francesca Mambro e Giusva Fioravanti.

Questo è un punto fermo, che rende ancora più assurdo lo scatenamento della piazza alla vigilia di ogni cerimonia. E’ un punto fermo, perché le sentenze dei tribunali italiani vanno rispettate sempre. Anche se è lecito avanzare più di un dubbio sulle conclusioni tracciate dai giudici. Anche se l’architettura delle indagini e del processo ha suscitato interrogativi persino in ambienti politici e culturali di sinistra (dai Radicali a Furio Colombo, da Carlo Lizzani a Sergio Zavoli) opposti a quelli che la giustizia italiana ha stabilito essere gli assassini della stazione di Bologna. Anche se libri e documentate inchieste giornalistiche (in primis i lavori di Giovanni Bianconi e di Andrea Colombo) possono indurre a pensare che gli esiti giudiziari non siano collimanti con la verità storica. Ma per la cultura liberale, anche tra dubbi ancora irrisolti, una sentenza emessa nel nome del popolo italiano non può essere delegittimata e derisa solo perché non condivisa.

Un principio troppo spesso disatteso e sacrificato sull’altare della faziosità politica. Ma è l’unico capace di impedire l’inabissarsi nella barbarie del diritto e della giustizia ideologica. Un principio sconosciuto a chi del fischio in piazza ha fatto un mestiere mediaticamente remunerativo. E che si arroga il diritto di pronunciare un’altra, illegittima sentenza, secondo la quale la parte politica «nemica» è per definizione esclusa dal ricordo pubblico di un evento che ha ferito tutti gli italiani. Tutti, senza divisioni e fratture create dal pregiudizio e dall’odio politico. Il 2 agosto è stato macchiato ancora una volta da una minoranza prepotente. Le vittime della strage non meritavano di essere trattate così nella memoria collettiva.

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