Difendere i diritti della persona umana

2 Ago 08

Ernesto Galli Della Loggia

Si faccia avanti chi sarebbe disposto a far dipendere la propria vita, il proprio diritto di essere lasciato in vita, da un giudizio da lui stesso pronunciato quando aveva 16 anni, in circostanze che non lo riguardavano affatto personalmente, e dunque quando, come è ovvio, non poteva neppure lontanamente immaginare che quel giudizio allora espresso avrebbe potuto decidere un giorno, dopo anni e anni, della sua esistenza. Eppure è proprio questo, in sostanza, quanto ha deciso la giustizia italiana nel caso di Eluana Englaro, immersa da molto tempo nella misteriosa condizione del coma profondo. Bisogna tenerlo bene a mente per capire che chi si oppone a sospendere la somministrazione per via artificiale di acqua e di «cibo» a Eluana —perché solo di questo si tratta, di acqua e di «cibo», non c’è nessuna «macchina che la tiene in vita» come invece dicono in tanti, a dimostrazione della disinvolta superficialità con cui spesso ci si pronuncia su un caso senza preoccuparsi neppure di conoscerne i termini reali —chi si oppone a questo, appunto, difende semplicemente il diritto di ognuno di decidere lui, e nessun altro, della propria vita.

Difende il primo e più elementare diritto di libertà, che nessun giudice, nessun tribunale, nessuna sentenza, può usurpare o confiscare. Con il caso di Eluana Englaro l’eutanasia e il testamento biologico non c’entrano propriamente nulla. E semmai a rigor di logica, e se la logica ha un senso, proprio chi sostiene la liceità dell’eutanasia e del testamento biologico (testamento biologico la cui introduzione legislativa io ad esempio personalmente auspico) dovrebbe essere oggi a favore del mantenimento in vita di questa nostra sfortunata concittadina. Quella liceità, infatti, è reclamata dai suoi fautori precisamente in nome della volontà del soggetto: ma della volontà libera di questi, a lui direttamente ed espressamente imputabile, voglio sperare, non già della sua volontà presunta, come invece è accaduto nel caso di cui stiamo discutendo. Nessun tribunale di Milano o di Vattelapesca, soprattutto in assenza di una qualunque legge votata dai miei rappresentanti, ha il diritto di dire quale sarebbe stata presumibilmente la mia decisione sulla mia morte, può arrogarsi il potere di desumere tale mia volontà su base indiziaria (indiziaria!) e per giunta sulla base di indizi debolissimi se non inconsistenti.

E infine: solo in un Paese sempre pronto a farsi accecare dalla faziosità, e nel quale una parte dell’opinione pubblica sembra ormai vivere dominata dall’ossessione fobica dell’«ingerenza clericale», solo in un Paese così è possibile interpretare un caso come questo episodio alla luce di uno scontro tra cattolici e laici. Ma stavolta l’opinione dei cattolici o l’«ingerenza clericale» non c’entrano nulla. C’entrano, per usare un’espressione adeguatamente aulica, solamente i «diritti della persona umana». La cui difesa sarebbe assai singolare che venisse lasciata solo alla Chiesa di Roma e al suo magistero, senza che dal mondo liberale, pure a parole oggi così affollato, non si alzasse una voce forte e decisa di protesta.

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