Bentornato sette in condotta

2 Ago 08

Antonio Scurati

Si biasima sempre la violenza della corrente ma non si osserva mai la violenza degli argini. Da quarant’anni la pedagogia progressista si sforza di mettere in pratica questo monito di Bertolt Brecht. E a lungo, va detto, ha avuto ragione di farlo. A partire dagli Anni 60, ogni riforma della scuola, ogni svolta pedagogica, ogni innovazione didattica è stata rivolta a mitigare la «violenza degli argini». La didattica ha dovuto inchinarsi all’espressione della libera soggettività del discente, la scuola si sarebbe dovuta sviluppare all’insegna di una crescente autonomia. La disciplina doveva essere rigorosamente distinta da ogni criterio di merito. Ma il risultato finale è stato, indubbiamente, che il fiume ha esondato. Oggi abbiamo studenti che si diplomano o si laureano senza sapere niente, ragazzi che scivolano verso comportamenti sfrenati, una scuola che sembra consegnata a un destino non di crescente autonomia ma d’irreversibile entropia. Si potrebbe, dunque, anche salutare con favore la decisione del Ministero di ripristinare il valore dirimente del voto in condotta, di reintrodurre l’insegnamento dell’educazione civica e perfino l’uso del grembiule. A una condizione: che non si dimentichi la violenza della corrente.

E in questo caso la metafora tiene: si tratta, infatti, della corrente sociale. Una scuola che si abbandoni alla forza rovinosa del mainstream sociale è una scuola superflua, uno sciocco pleonasmo, ma una scuola che debba nuotare contro quella corrente è destinata ad affondare. «La società contro la scuola» Da troppi anni nel nostro Paese si è creata una paradossale situazione: se negli Anni 70 il motto dei giovani rivoluzionari fu «la società contro lo Stato», a partire dagli 80 quei giovani, una volta divenuti pubblicitari e comunicatori di grido, hanno urlato «la società contro la scuola». Tutti i grandi valori e sani principi che la scuola di tradizione umanistica avrebbe dovuto coltivare e trasmettere non solo venivano sistematicamente disattesi un metro fuori il perimetro scolastico, ma anche sonoramente smentiti dal discorso sociale promosso da mezzi ben più potenti della voce tenue degli insegnanti. In questo modo la scuola era comandata a compiere una missione suicida, a combattere su posizioni perdute. E i poveri insegnanti finivano per apparire dei disadattati, quando non degli alienati mentali. A che cosa varrà reintrodurre l’educazione civica in un Paese in cui il disprezzo di ogni civismo paga preziosi dividendi politici? Che senso avrà per delle sedicenni uniformarsi indossando un grembiule se saranno le loro madri per prime a insegnar loro che la distinzione sociale si conquista con una griffe e una scollatura vistosa? Il messaggio contraddittorio dei padri Perché un ragazzo dovrebbe educarsi attraverso la disciplina quando gli uomini delle istituzioni che gliela impongono devono il potere all’ostentato rifiuto d’ogni disciplina? Il rischio è quello di una tremenda situazione da doppio legame: il padre che intima al figlio «imitami!», ma, al tempo stesso, gli ingiunge «non m’imitare!». Il risultato è, come sappiamo, la schizofrenia. Personale e sociale. Ci si potrebbe consolare, e perfino esaltare, all’idea di una scuola «isola felice», extraterritoriale rispetto alla ferinità della vita sociale. Ma solo a condizione che sia un’isola nella corrente. Altrimenti quella legione d’insegnanti mandati a far valere la disciplina, a insegnare l’educazione civica, a far indossare il grembiule, finiranno come una retroguardia massacrata in un’imboscata. Suoneranno il loro corno, sputeranno il loro sangue. Intanto la testa dell’esercito, ignara del loro inutile sacrifico, marcerà in tutt’altra direzione.

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