Il lodo Olmert

1 Ago 08

Riccardo Barenghi

Sono fiero di essere cittadino di un Paese che permette alla polizia di investigare i suoi premier, che non sono sopra la legge ma neppure al di sotto». Leggendo queste parole viene voglia di trasferirsi in quel Paese così civile dove tutto va così bene che un capo del governo indagato non solo apprezza che lo si indaghi, ma si dimette anche dal suo incarico per permettere ai giudici di appurare la verità e a se stesso di difendersi meglio. Quel Paese si chiama Israele e non vive certo una vita facile da quando è nato sessant’anni fa.

Non la vive lui, non la vivono i palestinesi che non trovano pace, non la vivono i Paesi arabi che circondano quel Paese e che certo non lo fanno stare tranquillo. Stiamo parlando insomma di un Paese in cui la guerra è all’ordine del giorno nel vero senso della parola – e lasciamo perdere in questa sede le ragioni e i torti -, una guerra che a volte viene subita e a volte agitata da Israele, e che in ogni caso provoca morti, feriti, distruzioni. Una guerra in casa insomma, che quando uno gira per strada ha sempre la sensazione che qualcosa possa succedere, una bomba, un kamikaze, un attentato.

Eppure, in un Paese del genere succede che la democrazia sia così radicata e forte che un premier indagato si dimette senza drammi, aprendo la strada alla successione e a nuove elezioni. Noi non siamo israeliani, non abbiamo per fortuna la guerra in casa, non dobbiamo tremare perché l’Iran ci vuole distruggere o gli hezbollah libanesi ci sparano contro i loro razzi, non abbiamo carri armati per le strade, non bombardiamo i nostri nemici interni o esterni. Noi viviamo in pace. Ma da noi non è mai esistito che un presidente del Consiglio lasciasse l’incarico perché indagato – attenzione, solo indagato e non condannato – dalla magistratura. Ve li immaginereste voi Berlusconi o Prodi che, come ha fatto Olmert, convocano una conferenza stampa per dire: «Sono fiero di essere cittadino di un Paese che permette alla polizia di investigare i suoi premier…»?

Il nostro stile è un altro, si respingono sdegnosamente le accuse (e fin qui la reazione è sacrosanta, spesso le accuse si sono rivelate infondate), si denunciano complotti, si accusano i magistrati di essere politicizzati, di indagare su commissione per conto di tizio o di caio, avversari politici o poteri forti che siano, magari si apre contro di loro un bel procedimento disciplinare con conseguente trasferimento per incompatibilità ambientale. Non ci si dimette neanche con le cannonate: «Resistere, resistere, resistere». E alla fine, se proprio si mette male, ecco un bel lodo Alfano che garantisce l’immunità e buonanotte ai suonatori.

Azzardando un paragone illecito e pure offensivo per israeliani e palestinesi, diciamo che anche noi siamo un Paese in guerra. Una guerra che fortunatamente non provoca morti (tranne quelli che si sono suicidati in carcere ai tempi del Di Pietro magistrato), e che però avvelena l’aria della politica e della convivenza civile, stronca carriere e ne crea altre, disfa governi e ne promuove altri. Una guerra cominciata quindici anni fa e che è servita a scoperchiare la gigantesca pentola della corruzione politica e industriale, ma della quale non si riesce a intravedere la conclusione. Che potrebbe verificarsi solo in un caso (escludendo ovviamente l’ipotesi che da oggi in poi tutti diventiamo uomini onesti e probi). Ossia che i politici comincino a fidarsi dei magistrati anche quando li mettono sotto inchiesta e i magistrati smettano di attaccarsi a qualsiasi cosa pur di indagare un politico e apparire sulla scena.

Ma un esito del genere appare molto improbabile, così improbabile che forse faranno prima gli israeliani a fare la pace con i palestinesi.

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