Effetto Obama

26 Lug 08

Andrea Romano

Negli stessi giorni dell’incoronazione europea di Barack Obama, la brutale sconfitta di Gordon Brown a Glasgow conferma che una fase si è chiusa per sempre nel nostro immaginario politico mentre un’altra sta per aprirsi.

Per una leadership che tramonta trascinando con sé il fascino più che decennale della Terza Via, una nuova fonte di carisma politico si affaccia sul Vecchio Continente e costringe tutti – a destra come a sinistra – ad aggiornare i propri modelli di riferimento.

Perché è sempre possibile che alla prova del voto di novembre Obama si riveli una specie di Woody Allen, e dunque un grande successo europeo che in patria non riesce a forzare i limiti di minoranze illuminate, ma già il fatto che il suo arrivo tra noi sia da giorni la principale notizia internazionale segnala tutta la nostra sete di una nuova mitologia politica.

Dalla metà degli Anni Novanta quella mitologia è stata incarnata sia in positivo che in negativo dalla Terza Via di Clinton e Blair. Sostenitori e detrattori hanno tarato su quel modello i riferimenti ideali delle proprie strategie. Quintessenza della capacità di innovazione, sintesi virtuosa di centro e sinistra, luogo del coraggio delle convinzioni e del pragmatismo delle soluzioni. O al contrario palude dell’opportunismo e di una modernità moralmente inquinante. Su queste coordinate in Europa si è stati blairisti o clintoniani a destra come a sinistra, ben oltre l’uscita di scena di Bill Clinton e le dimissioni di Tony Blair. Tanto che un sincero conservatore come Sarkozy ha potuto giocare a lungo la carta del blairismo in versione francese e ancora pochi giorni fa Silvio Berlusconi si è autoproclamato erede unico di Blair sul trono della leadership europea.

Da oggi la Terza Via può essere serenamente sistemata tra i modelli del passato. E non solo per la parabola discendente di Gordon Brown, che con ogni probabilità dovrà chiudere già in autunno la propria breve e sfortunata esperienza al numero 10 di Downing Street. Per decenni la Scozia è stata una sorta di Emilia rossa in versione britannica e la perdita del seggio blindatissimo di Glasgow Est rappresenta per i laburisti una catastrofe simbolica da cui sarà difficile riprendersi. Il Labour è in crisi per lo stile appannato e confuso che Gordon Brown ha portato al governo, dopo i fuochi d’artificio di Tony Blair, ma soprattutto perché colpito al cuore dal proprio stesso successo. Gran parte del progetto neolaburista si è tradotto in realtà, in oltre un decennio di buona politica che ha cambiato volto alla Gran Bretagna e costretto gli avversari ad imitare con ottimi risultati la formula della triangolazione tra destra e sinistra che aveva già permesso a Blair di conquistare i ceti medi. Un progetto di governo che dunque si conclude per consunzione fisiologica.

E una mitologia che tramonta consegnando a Barack Obama lo specchio dell’immaginario politico europeo, ancora una volta a destra tanto quanto a sinistra. Se Sarkozy si è affrettato a dichiarare la propria amicizia per il candidato democratico, auspicandone la vittoria elettorale, è certo che di qui a novembre assisteremo ad una moltiplicazione dell’effetto Obama sulla nostra politica. Al netto di ogni inevitabile provincialismo, è un fenomeno da salutare con sollievo. L’Europa che torna ad acclamare in massa la bandiera statunitense, come ha scritto ieri Maurizio Molinari, è finalmente pronta ad archiviare gli anni del velleitarismo antiamericano.

E forse è anche capace di giocare quel ruolo non solo retorico e vanaglorioso nella gestione delle minacce alla sicurezza mondiale che lo stesso Obama ha chiesto con forza a Berlino. Già questo sarebbe un beneficio straordinario che la nostra politica potrebbe ricevere dalla nuova mitologia di importazione, qualunque sia il risultato del voto di novembre per la Casa Bianca.

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