Bicamerale leghista

26 Lug 08

Federico Geremicca

E’ onestamente difficile dire se l’elezione popolare (o la nomina parlamentare) di una nuova Commissione bicamerale per le riforme sia uno strumento in grado di smuovere davvero «l’impotenza politica che condanna il Paese all’immobilismo» (come scriveva Emanuele Macaluso su La Stampa dell’altro ieri).

Di fronte all’impasse riformatrice, infatti, l’idea di ricorrere a luoghi altri rispetto al Parlamento non rappresenta certo un inedito: ma non è affatto detto che, poiché non nuova, la proposta non mantenga una sua attualità. A maggior ragione se a caratterizzarla fosse una novità che potrebbe rappresentare, da un lato, la presa d’atto di una realtà politica difficile da negare e, dall’altro, una possibile «assicurazione» contro i rischi dell’ennesimo fallimento: e cioè, che la presidenza del nuovo organismo venga stavolta affidata alla Lega.

A prescindere dalla condivisione delle proposte leghiste in materia di riforme (alcune certamente condivisibili, altre assai meno) attribuire al partito di Umberto Bossi la guida della Commissione potrebbe assicurare, infatti, un duplice risultato. Il primo consiste nel garantire una iniezione di sicuro attivismo (e probabile concretezza) ad un organismo spesso utilizzato, in passato, più per sterilizzare la questione-riforme che per affrontarla davvero: salvo smentite, è infatti difficile immaginare una Lega che si presti a giochini e insabbiamenti ai danni di un tema che ne è da sempre la bandiera. Il secondo possibile risultato sarebbe quello di sottoporre il partito di Bossi a una sorta di «prova della verità» circa la sua reale volontà riformatrice: sono almeno quindici anni, infatti, che la Lega fa leva (anche elettoralmente) sul suo anelito federalista e innovatore, eppure – pur avendo passato almeno la metà di questo tempo al governo del Paese – il suo «bottino» riformatore è desolantemente scarso. Metterla alla prova in un ruolo di sicura direzione potrebbe permettere – tra le altre cose – di valutarne una volta per tutte la coerenza e l’onestà delle intenzioni (fare riforme e federalismo davvero, e non tenerli nel limbo per utilizzarli ciclicamente come cavalli di battaglia elettorali).

Al momento, naturalmente, nessuno può prevedere se l’approdo dell’interminabile confronto sulla Grande Riforma sarà – appunto – una nuova Bicamerale: certo, se così fosse, non si comprenderebbero né veti su una eventuale presidenza leghista né la rinuncia da parte del partito di Bossi a reclamarne la guida. E neppure si capirebbero, in fondo, obiezioni – o addirittura opposizioni – alla messa in campo di uno strumento quasi senza alternative, considerata l’incomunicabilità (se non peggio) che già regna in Parlamento. Non le si capirebbero da parte di Silvio Berlusconi, che vedrebbe – tra l’altro – collocate in luogo diverso da Camera e Senato tensioni che alla lunga potrebbero provare la sua maggioranza; e a maggior ragione non si comprenderebbero da parte di Veltroni: questo sistema – elettorale e istituzionale – è infatti l’abito meno adatto al suo Pd a «vocazione maggioritaria», e dunque forte dovrebbe essere l’interesse a modificarlo. Ripartire da capo, inoltre, permetterebbe o di cercare una sintesi tra le diverse proposte sul tappeto o perfino di aprire davvero il confronto su un sistema elettorale a doppio turno (così caro al segretario del Pd) e su un semipresidenzialismo che tenga conto della realtà italiana.

Tutto questo, ovviamente, se si ritiene di dover tener fede all’impegno elettorale di una «legislatura costituente». In caso contrario, l’alternativa sembra chiara fin da ora. Da una parte – considerata l’ampia maggioranza di cui gode alle Camere, l’assenza di Fini dal governo e la perdurante sofferenza di Bossi – il consolidarsi di una sorta di «dittatura parlamentare» in cui Berlusconi potrà fare, più o meno, quel che gli pare: e infatti lo fa. E dall’altra, andare dritti verso il referendum della prossima primavera, che consegnerà al Paese una legge pasticciata e al Parlamento l’obbligo di intervenire comunque per renderla in qualche modo accettabile. A meno che, certo, non si preferisca appunto il pasticcio continuo: cioè il perdurare di un sistema che – in fondo – salvaguarda l’intera classe politica, nel quale ognuno resta a galla e nessuno perde mai davvero. Eppure un sistema nel quale, anche senza accorgersene, protagonisti e comprimari rischiano di affondare lentamente assieme…

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