Riforme e modello Prodi

21 Lug 08

Andrea Romano

Con l’intervista a Pier Ferdinando Casini, pubblicata ieri dalla Stampa, è ormai chiaro il panorama di tutto ciò che non rientra nell’orbita politica del centrodestra. Un’opposizione unitaria a Berlusconi non esiste né è ragionevole immaginare che possa miracolosamente costituirsi entro questa legislatura. Troppo distanti le posizioni di ciascun partito, piccolo o grande che sia, sulle principali questioni della vita italiana. E troppo diverse le aspirazioni di ciascun leader sul breve e medio periodo. Colpisce, ad esempio, la nettezza con cui Casini ha liquidato come una «ingenua furberia» il tentativo di D’Alema di ammiccare alla Lega o a Tremonti per mettere in crisi la maggioranza e come una «battuta ottimistica» la profezia di Veltroni sulla fine del berlusconismo.

Ma, soprattutto, non si intravede alcuna figura interna a questi partiti che possa ritenersi capace di ricondurre a unità ciò che è destinato a rimanere politicamente separato. E allora vale la pena domandarsi se presto o tardi il centrosinistra non sarà costretto a replicare quello che fu nel 1996 il «modello Prodi». Ovvero la scelta di una figura esterna che abbia un mandato federativo. Una personalità che faccia perno sulla propria leadership per dare visione e omogeneità a un cartello di entità diverse. Si dirà che in questo modo è destinata a perpetuarsi l’anomalia italiana di partiti incapaci di esprimere per via normale un candidato alla guida del governo. E si lamenterà tra l’altro il fallimento della «vocazione maggioritaria» che avrebbe avvicinato il Pd a quanto viene fatto dai grandi partiti occidentali.

Tutto vero. Ma guardiamo a ciò che di altrettanto vero sta accadendo nel centrosinistra reale, non in quello immaginario. Di Pietro sta benissimo dov’è, impegnato a godere i frutti della rendita di posizione dell’intransigenza antiberlusconiana che Veltroni gli ha regalato con l’alleanza elettorale. Casini, al contrario, ha appena chiarito di voler incalzare Berlusconi su alcune fondamentali riforme mentre è impegnato a dare alla sua Udc una convincente ragione per restare all’opposizione. Vedremo poi se e come Rifondazione si riprenderà dal trauma del voto con la nuova guida di Vendola. Quanto al Pd, siamo al festival dei solisti. O meglio, per riprendere quanto scritto ieri da Goffredo Bettini sull’Unità, a una «fase di sospensione, un presunto contrasto nel gruppo dirigente su punti non secondari della nostra strategia». È una formulazione in pura neolingua orwelliana che non nasconde il vero punto politico: «Da soli non rivinceremo mai». L’autocritica del principale ideologo del veltronismo è piena e totale. La vocazione maggioritaria può essere serenamente archiviata in attesa di tempi migliori. Tutto questo mentre il Pd non sembra avere alcuna intenzione di accennare nemmeno un passo per preparare un candidato leader diverso e più appetibile di Veltroni, neanche di qui a qualche anno, condannandosi di fatto a una nuova subalternità.

È in questo quadro la vera ragione per cui il centrosinistra sarà costretto a cercare all’esterno del proprio perimetro una figura in grado di guidarlo alla prossima sfida per la guida del Paese. Nel 1996 il nome di Prodi nacque da una precisa cultura politica, quella della sinistra democristiana, che con lui ha espresso la sua ultima stagione di vitalità. Oggi si tratterà necessariamente di guardare al paese reale, quello da cui il Pd ha scelto di distanziarsi con il proprio elitarismo, cercando una figura in grado di dare un autentico valore aggiunto a un campo di forze diverse e tutte minoritarie. I volti possibili sono pochi ed è ancora prematuro lanciarsi nella giostra dei nomi. Ma quello che già oggi è possibile fare è lavorare affinché quel candidato non sia ancora una volta un profeta disarmato. E dunque mettere in cantiere una riforma elettorale che dia al capo del governo gli strumenti indispensabili per guidare la propria coalizione, indipendentemente dal numero di soggetti politici che lo sostiene. Sarebbe, questa sì, una riforma che potrebbe essere condivisa dai due poli con effettivi benefici per la futura salute della politica italiana.

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