Immunità dei politici? Sì, però

21 Lug 08

Michele Ainis

L’immunità della politica non è la prima emergenza nazionale. Però in quest’avvio di legislatura ha guadagnato la ribalta, oscurando ogni altra questione sotto una nube di veleni. Tanto vale dunque prendere il toro per le corna, cercando una soluzione duratura. Significa che dovremmo smetterla di ragionarci sopra indossando una casacca, una maglietta da tifoso, quella dei giudici o quella dei giudicati. E perciò significa in primo luogo riconoscere che l’immunità non è affatto un privilegio odioso, un salvacondotto per i briganti seduti in Parlamento. È odiosa casomai la modalità con cui il nostro ordinamento ne disciplina l’uso, la regola schizoide che protegge una quota degli eletti cacciando all’inferno l’altra quota.

D’altronde non è un caso se tale speciale protezione viene assicurata da tutte le democrazie di questo mondo. Quanto all’irresponsabilità per le opinioni espresse in Parlamento, la sua prima origine risale nientemeno che all’Inghilterra del 1397, durante il regno di Riccardo II. L’immunità dagli arresti prende invece corpo nella Francia rivoluzionaria, con un decreto del 26 giugno 1790, dopo l’incriminazione del deputato Lautrec. In ambedue le fattispecie l’inviolabilità delle assemblee legislative servì a difenderne l’indipendenza, o meglio la libertà rispetto a persecuzioni politiche intraprese con strumenti giudiziari. In altre parole, la garanzia protegge la funzione, non i singoli. Ecco perché essa è sempre irrinunciabile, come il Parlamento subalpino chiarì fin dal 1854. Ed ecco perché non sta né in cielo né in terra la rinunciabilità inventata dal Lodo Alfano: un’invenzione che davvero trasforma la prerogativa in privilegio.

Ma non è tanto di questo che si tratta. Nel 1947 i costituenti disegnarono un sistema equilibrato, che ruotava attorno all’autorizzazione a procedere, concepita quale antidoto al fumus persecutionis. Sicché il diniego – disse nel 1988 la Giunta del Senato – va espresso contro ogni azione penale persecutoria, «per il tempo e le modalità del suo esercizio ovvero per la sua manifesta infondatezza». Poi, sotto il vento di Tangentopoli, nell’autunno del 1993 i casi sottoposti ad autorizzazione subirono una robusta sforbiciata. Non senza incongruenze, giacché al contempo fu introdotto il preventivo assenso delle Camere per intercettare un loro membro, che è un po’ come se il marito avvisasse la consorte che il giorno dopo la sorprenderà in flagranza d’adulterio. Passa ancora qualche anno, e nel 2001 la riforma federalista eleva alla massima potenza il ruolo dei presidenti regionali, senza però dotarli di alcun ombrello protettivo. Il resto è cronaca di oggi: il lodo Alfano, col suo scudo di ferro per quattro uomini delle nostre istituzioni.

Il risultato di tutti questi aggiustamenti in corso d’opera è un sistema sbilenco e strampalato. Rende signori della legge i presidenti delle Camere, ma lascia esposti all’abuso giudiziario quelli regionali, che nelle loro venti repubblichette sommano le funzioni di capo di Stato e di governo. Senza dire del sindaco di Roma o di Milano, che pesa ormai come un ministro, ma non ha le garanzie riconosciute ai consiglieri del Molise. Serve dunque, in primo luogo, recuperare un’omogeneità di trattamento. E serve in secondo luogo riesumare la vecchia autorizzazione, depurandola però dalle storture che ne viziavano la resa ai tempi della prima Repubblica. Perché allora non c’era neanche un termine per rispondere alle domande della magistratura, tanto che fin dalla I legislatura ne vennero insabbiate 215 su 530. Ma soprattutto perché mancava la distinzione fra controllante e controllato. Da qui la prassi corporativa del diniego di autorizzazione (186 casi su 229, nella legislatura precedente la riforma), anche per reati come gli assegni a vuoto o la sfida a duello. Da qui, in conclusione, l’esigenza di affidare ogni valutazione sul fumus persecutionis a un organo terzo, né giudiziario né politico. Del resto quest’organo c’è già, e ha sede alla Consulta. Diamogli quest’altra competenza, e non ne parliamo più.

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