Obama a rischio Diana

18 Lug 08

Lucia Annunziata

Sull’Altra Sponda, in Europa, si preparano schiere di politici e politologi; da questa parte, in America, si preparano invece i conduttori televisivi. Il primo viaggio all’estero del candidato democratico Barack Obama, è ancora di là da venire ed è già ottimamente piazzato nei media americani per diventare un avvenimento secondo solo ai viaggi di Diana. E, purtroppo, non è una battuta. La politica Usa con queste elezioni presidenziali tende a un nuovo primato.

La nazione che ha inventato la politica spettacolo sembra voler ora rompere anche questo argine e trasportare il candidato nella zona celebrities. La macchina del consenso appare sull’orlo di una nuova accelerazione mediatica: passando dalla rappresentazione al reality, dalle 24h a E-entertainment. Un giro con seri impatti da un punto di vista istituzionale, ma rischioso anche per lo stesso candidato democratico. Ma andiamo con ordine.

Due giorni fa è stato il Washington Post a «rivelare» che tutti e tre i principali conduttori dei tre maggiori network americani seguiranno Barack Obama in Europa, la prossima settimana. Un avvenimento nell’avvenimento. Questo vuol dire che Brian Williams, Charlie Gibson and Katie Couric lasceranno le loro sedi americane e apriranno ogni sera i loro Tg dalle varie tappe del candidato. Non è finita: da quel che scrive il Post, con tanto di conferme di fonti politiche, c’è già un accordo in base al quale il candidato concederà interviste a turno ai tre conduttori, ogni sera da una diversa capitale. Naturalmente, il movimento dei grandi Network è solo la punta dell’iceberg delle dimensioni del resto del circuito mediatico che seguirà questo tragitto: «L’Europa attende a braccia aperte Obama», già si scrive. Per misurare le proporzioni del fenomeno basta aggiungere un solo dato di «contesto»: nei passati quattro mesi il candidato repubblicano John McCain ha fatto tre viaggi all’estero e non è stato accompagnato da nemmeno uno dei network, che hanno lasciato la copertura ai corrispondenti. I Repubblicani, giustamente, stanno attaccando questo divario di attenzioni, denunciando la solita inclinazione liberal dei media Usa, per altro già dimostratasi fallace nel passato, sia con Gore che con Kerry.

Come definire questo processo: prefigurazione di una nuova era, o caduta nel ridicolo? C’è di che far riflettere anche il più appassionato ammiratore di Obama (incluso chi scrive). Ma la domanda qui ha forse meno a che fare con i media, e molto più con le strategie politiche e i suoi rischi. La fascinazione per Obama, il nero, il nuovo, il diverso, il desiderato ponte fra primo e terzi mondi, il potenziale ricucitore fra Camelot leggendario e presente deprimente, rimane l’arma più potente del candidato. Per ragioni che vanno anche al di là delle «speranze» che – come si dice in gergo propagandistico – egli suscita. Barack e Michelle sono molto popolari soprattutto perché sono perfettamente ascrivibili alla attuale cultura dominante delle nuove generazioni del paese: quella, come si diceva, delle «celebrità». Sorta di meticciato fra culture del blog, del glamour, della diversità razziale, della identità globale, del gossip e del successo, che rende oggi popolarissimo in Usa (e nel mondo) il neo impegno hollywoodiano fra Africa, adozioni, società civile e denaro e successo. Per spiegarci: le nuove generazioni americane sanno dei Kennedy perché oggi li vedono attraverso le lenti di questo mondo, e amano gli Obama perché perfettamente in linea con esso.

Non c’è in sé nulla di male, in questa cultura pre-post hollywoodiana. La più grande industria culturale degli Usa, come sempre, traduce il paese stesso. Dietro Obama si allinea il peso di un’America che vuole riportare lo sguardo fuori dai propri confini, e che vuole di nuovo dire: guardateci, siamo qui e amarci vale ancora la pena. Ma questo processo – se spinto alle estreme conseguenze – rischia di essere controproducente. Per ora Obama è, e rimane, un piccolo politico di Chicago, senza grandi esperienze né di governo né di affari internazionali. Fornirne un’immagine sulla linea dei Kennedy come i Brangiolini e degli Obama come Diana, è il miglior modo per bruciarlo.

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