Tremonti e il gioco della scure

17 Lug 08

Paolo Cirino Pomicino

Caro direttore,
la crisi dei mercati finanziari internazionali e in particolare di quelli americani legati ai mutui sub-prime determina nel sistema bancario perdite tanto gravi da richiedere frequenti salvataggi pubblici per evitare ancora più pericolosi effetti domino nell’economia mondiale. Un male necessario l’intervento pubblico, cui però deve far seguito un’inversione di marcia strutturale per la quale la finanza torni a favorire la produzione di beni e servizi e in cui il sistema dei cambi possa essere regolato da un nuovo serpente monetario simile a quello che aiutò le monete europee. Nella crisi internazionale spicca una crisi italiana. La produzione industriale crolla (-6,7 a giugno), l’inflazione galoppa riducendo drammaticamente il potere d’acquisto dei salari già ampiamente erosi, la crescita per il 2008 salirà poco sopra lo zero e per i prossimi anni intorno all’1-1,2%, molto al di sotto della media dei Paesi dell’euro. Il tutto aggravato da una stretta creditizia per la crisi dei mercati finanziari. Senza crescita, nessun risanamento strutturale dei conti pubblici potrà avvenire, così come è follia pensare che tagliando la spesa pubblica s’inneschi automaticamente lo sviluppo. È vero il contrario.

Con un tasso di crescita almeno pari alla media dei Paesi della zona euro di cui condividiamo il contesto economico e finanziario il rapporto deficit-pil italiano si ridurrebbe di ½ punto e il taglio della spesa pubblica sarebbe più agevole e meno traumatico sull’economia reale. Ecco il quadro economico nazionale, certo peggiore dei nostri partner europei, nei quali la crescita è rallentata, ma è ancora vicina al 2% e la produttività del lavoro non s’inabissa come da 15 anni in Italia. Tale differenza dimostra che c’è uno spazio notevole per l’azione dei governi. Chi dice il contrario cerca solo un modo per non assumersi le responsabilità di quanto accade nel silenzio complice di molti. Su questo ribollire di difficoltà il ministro dell’Economia Tremonti scarica uno tsunami di norme e tagli che non arresterà l’inflazione, non ridurrà la pressione fiscale, quindi non aiuterà famiglie e imprese, non rilancerà la crescita e rischia di non risanare i conti pubblici. Lo dimostra la stessa previsione del governo sul fabbisogno del settore statale nel secondo semestre di quest’anno. E la scure dei tagli sulla spesa della pubblica amministrazione, nonostante qualche ripensamento, metterà in ginocchio polizia e carabinieri, università e ricerca scientifica, tribunali e ospedali, le forze armate e gli investimenti pubblici. Ci sembra un taglio senza intelligenza: invece di eliminare gli sprechi, generalizza, penalizza il presente e rischia di annullare il futuro di un intero Paese (valga per tutti l’esempio dell’università e della ricerca il cui accesso viene di fatto bloccato ai giovani ricercatori). Basta passare per i corridoi di Montecitorio o di Palazzo Madama per ascoltare analoghe preoccupazioni dai rappresentanti della stessa maggioranza e anche da molti ministri. Che cosa mai sta accadendo? Un mistero non facile da spiegare. Tremonti, come disse in un’intervista a Giovanni Minoli, non si ritiene più un tecnico ma un politico. Se così è, non può non avere un disegno politico e, visti i suoi provvedimenti nei quali nessuno può mettere bocca, né Letta né gli altri ministri, dovrà pure spiegarne la sostanza. Tremonti sa che senza crescita il Paese si frantuma e se il valore di un sano bilancio dello Stato è fondamentale non si deve dimenticare che il bilancio è uno strumento al servizio della coesione sociale, dello sviluppo e del funzionamento della macchina pubblica in uno Stato di diritto. Se così non fosse sarebbe il Paese a decadere ulteriormente. Tremonti sa tutte queste cose ma forse sta giocando una partita politica personale i cui contorni ancora ci sfuggono e dimentica che una drammatizzazione sociale può aprire le porte a una stagione autoritaria peraltro già ampiamente avviata.

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