L’emergenza è l’economia

17 Lug 08

Andrea Romano

Siamo proprio sicuri che gli elettori che hanno votato centrodestra si aspettassero questa agenda di governo? E davvero si può credere che un Paese che avverte ormai tutto il peso della crisi finanziaria e produttiva possa essere rassicurato in questo modo? Perché da una parte abbiamo un ministro dell’Economia che annuncia i venti catastrofici della grande depressione e dall’altra un presidente del Consiglio che ci comunica che la vera emergenza italiana è la riforma della giustizia. O meglio, una riforma che lo metta al riparo dalla persecuzione giudiziaria. Governare è una questione di priorità, nazionali prima che personali.

E qualsiasi ragione possa avere il cittadino Berlusconi per ritenersi perseguitato dalla magistratura, i tempi della politica se non proprio il rispetto per le regole dovrebbero spingerlo a maggiore prudenza nel volgere in senso così smaccatamente personale l’esigenza di una nuova politica giudiziaria. Perché evidentemente ci sbagliavamo a pensare che il lodo Alfano bastasse a tranquillizzarlo. Oggi sappiamo che da settembre, cascasse il mondo (eventualità che non è affatto da escludere, almeno per quanto riguarda i nostri risparmi), il governo italiano sarà lanciato nell’impresa che sta più a cuore a Berlusconi. Con buona pace di ogni più fosco scenario economico.

In questo senso dovremmo apprezzare tutti, qualunque sia stato il nostro voto, il ruolo che in questi giorni sta svolgendo la Lega. Vuoi per ragioni di bottega, vuoi perché si è resa conto di rischiare proprio su questi temi una buona fetta del suo elettorato, la formazione di Bossi ha assunto una posizione di rigorosa difesa del programma con il cui il centrodestra si è presentato alle urne. Che formalmente significa prima il federalismo fiscale e solo dopo il resto. Ma che in senso più generalmente politico equivale a porre un argine al sequestro a fini personali a cui Berlusconi ha sottoposto l’esigenza di una seria e condivisa riforma della giustizia. Un’esigenza che non riguarda solo la magistratura, ma l’intero funzionamento di un’azienda che non fornisce più un prodotto all’altezza di un Paese avanzato come dovrebbe restare l’Italia. È questione di organizzazione, costi, tempi e produttività della giustizia. E solo in fondo alla lista è un problema di rapporti tra politica e magistratura, che hanno subito nell’ultimo quindicennio una torsione innaturale, ma che rischiano di restare congelati in questa posizione ancora a lungo se l’iniziativa di Palazzo Chigi continuerà ad essere dominata da preoccupazioni private.

Il reciproco assedio tra Berlusconi e la componente militante della magistratura può essere spezzato già in questa legislatura, con enormi benefici per tutto il Paese. Ma non certo grazie alla nuova offensiva personale del Cavaliere, che rappresenta al contrario la migliore garanzia per la tutela dello status quo. Intorno alla necessità di avviare un’ampia riforma del funzionamento della giustizia convergono infatti le voci più avvedute del centrosinistra. Voci che fanno fatica a farsi ascoltare, mentre una parte del Pd è nuovamente tentata dall’abbaglio della «questione morale», ma che nondimeno offrono una via d’uscita a tutta la politica italiana. Leggiamo ad esempio che Luciano Violante – che è fuori dal Parlamento ma che un qualche ruolo continua ad avere nell’orientare la propria parte politica su questi temi – insiste da tempo sull’urgenza di «una scelta seria e innovativa di politica giudiziaria» che «aumenti la credibilità e la competitività» di tutto il settore (come ha affermato ieri al Corriere della Sera).

«Non mi fermerà nessuno», avverte Berlusconi. E invece, Presidente, farebbe meglio a fermarsi. Provando a rassicurare un Paese spaventato da ben altre emergenze, ascoltando la Lega e coloro che anche nel centrosinistra hanno a cuore una riforma della giustizia che non sia solo la soluzione ai suoi problemi personali.

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