Modello tedesco

15 Lug 08

Marcello Sorgi

Sarà pure la Grande Riforma, il tema attorno a cui ieri hanno discusso appassionatamente per ore due leader di opposizione come D’Alema e Casini, l’ambasciatore (il ministro Calderoli) di un leader di maggioranza come Bossi, il fior fiore dell’Associazione costituzionalisti, compresa una delegazione dei costituzionalisti dissidenti che hanno appoggiato il Lodo Alfano, oltre, ovviamente, a parlamentari, tecnici, professori e osservatori qualificati di ben 14 diverse fondazioni.

Ma un po’ per il clima ancora di scontro, che non pare dei più propizi, un po’ per il tenore di certi interventi che vanno letti tra le righe, il vero oggetto del contendere del convegno, nato con l’ambizione di segnare un punto di svolta, nel dialogo fin qui inconcludente tra maggioranza e opposizione, era chiaramente il dopo-Berlusconi. Argomento delicato e realisticamente non all’ordine del giorno, a pochi mesi dalla terza vittoria elettorale del Cavaliere e dalla nascita del suo quarto governo. E tuttavia, mai come di questi tempi, discusso, all’inizio della legislatura che potrebbe sancire, di qui al 2013, il ventennio del leader del centrodestra.

Ovviamente nessuno si propone di far fuori Berlusconi con una trappola o un’«intentona», e la stessa via giudiziaria, che in tempi passati era apparsa ai suoi avversari come la più concreta, sta per essere neutralizzata dalla legge sull’immunità per le alte cariche dello Stato. Si tratterebbe, piuttosto, di trovare un metodo, il più possibile condiviso, per arrivare a un’alternativa non solo politica, di sinistra o di destra, ma in qualche modo anche istituzionale, alla lunga stagione di potere del Cavaliere. Una strada per uscire dallo scontro selvaggio, personalistico, e dalla campagna elettorale permanente, che, vuoi o non vuoi, si ripropone tutte le volte che Berlusconi vince e torna al governo. E per chiudere con un sistema di regole nuove la lunga, infinita, transizione italiana.

Ci sono stati due approcci al problema, dal 14 aprile ad oggi. Uno, a partire dall’iniziativa dello stesso Berlusconi, ha instaurato il dialogo tra il premier e il capo dell’opposizione e la consultazione permanente Veltroni-Letta. Di qui, sulla base della disponibilità del leader del Pd di votare una serie di riforme concordate, si sarebbe dovuto dar vita a una legislatura costituente, breve ma molto produttiva. Alla fine della quale, diciamo dopo tre anni, un Berlusconi rinnovato, ammantato di toga istituzionale e circondato dal rispetto che si deve ai padri costituenti, sarebbe stato pronto per essere giubilato e trasferito al Quirinale. Naturalmente restava il problema della prematura uscita di scena dell’attuale Capo dello Stato che tutto questo avrebbe comportato. Ma in qualche modo, almeno nei piani, il ridisegno dell’impianto istituzionale l’avrebbe giustificata, mentre destra e sinistra, in nuove elezioni anticipate, sarebbero tornate a contendersi la guida del Paese.

Anche se questo disegno non è stato mai ufficializzato esplicitamente (solo Berlusconi, al suo solito, ci ha scherzato su), qualche accenno, qualche immancabile discorso di corridoio – oltre all’accelerata del premier sulla legge blocca-processi – sono bastati a farlo saltare per aria, a colpi di girotondi, di rigurgiti di antipolitica, di manifestazioni di comici in Piazza Navona e di urla di Di Pietro, il leader che ha tratto più vantaggio da questa stagione. Ad oggi, sembra molto difficile che Veltroni, pur distinguendosi meritoriamente dalle furie estremiste, possa avventurarsi di nuovo sulla strada del dialogo, a pochi mesi dalla campagna elettorale per il referendum e le elezioni europee.

Ma con gran dispetto proprio del leader del Pd, che si ritiene l’unico titolato ad aprire e a chiudere il dialogo sulle riforme, la seconda strada per il dopo-Berlusconi l’hanno aperta ieri D’Alema e i suoi interlocutori. Essa prevede di andare avanti con o senza il consenso di Berlusconi, e si rivolge a tutti quelli che dentro la maggioranza e l’opposizione hanno a cuore il problema. A Bossi, per esempio, che dopo l’esperienza della legislatura 2001-2006 sa bene che solo l’approvazione con una maggioranza parlamentare di due terzi garantisce il federalismo da una successiva abrogazione referendaria. E a Casini, per fare un altro esempio, che, stanco delle pene dell’opposizione, potrebbe trovare nel sistema elettorale tedesco l’occasione di rilancio delle proprie ambizioni centriste e forse anche della candidatura per la leadership del governo. E va da sé che il convitato di pietra, assente al convegno di ieri, ma interessato per forza di cose a un processo del genere e impossibilitato a restarne fuori, è il presidente della Camera Fini.

Nella lunga storia della Grande Riforma, il dialogo si è sempre fatto fa in due, prevedendo che un terzo ne facesse le spese. Nella Prima Repubblica, ai tempi della Commissione Bozzi, De Mita cercava il dialogo con Berlinguer per ridimensionare Craxi. Nella seconda, ai tempi della Bicamerale D’Alema, Prodi si sentiva la vittima designata, e giocò tutto, salvo poi perderci il posto, per far sì che Berlusconi gettasse all’aria il tavolo delle riforme.

Ma stavolta, nel triangolo D’Alema-Casini-Bossi, non c’è solo il Cavaliere, che avendo la guida del governo e alle sue spalle, fresca, una grande vittoria elettorale, ha ancora molte frecce al suo arco, sia per dialogare con D’Alema, sia per evitare di finire travolto dalla nuova stagione riformista. Accanto a lui, paradossalmente, c’è anche il leader del Pd che ha appena rotto il dialogo. Perché se il sistema elettorale diventa simile a quello tedesco, se si sceglie la via del ritorno al proporzionale, è l’equilibrio bipartitico, oltre a tutto l’impianto maggioritario della Seconda Repubblica, che viene messo in discussione. Si correrebbe, alla fine, per Palazzo Chigi, in tre o in quattro piuttosto che in due, e gli accordi finali sul governo, anziché essere presi prima di fronte agli elettori, verrebbero poi stabiliti in Parlamento come ai tempi della Prima Repubblica.
Così è possibile che del dopo-Berlusconi si continui a discutere a lungo, con o senza il Cavaliere.

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