Modello abruzzese

15 Lug 08

Lucia Annunziata

Tornano le riforme istituzionali e, giurano in molti, questa è la vera strada attraverso cui ritessere la tela strappata del dialogo nazionale. Peccato che poi le riforme in Italia partano sempre con autorevoli modelli, come il tedesco oggi di nuovo molto gettonato, e inciampino di solito su modelli di conio più corrente, come quello abruzzese. Non sappiamo se l’intervento dei giudici in Abruzzo abbia basi sufficienti per essere portato a termine con le spettacolari e brusche modalità scelte.

Non sappiamo dunque nemmeno se, come le reazioni della classe politica in queste ore sembrano indicare, l’arresto del governatore Del Turco sia solo un altro episodio della guerra fra giudici e politici. Ma, nell’attesa di chiarimenti, va detto che l’ipnotico effetto emanato dal ritorno dello scintillio delle manette sul palcoscenico italiano lascia immaginare ben altro che una ricucitura dei vari strappi italiani. L’arresto abruzzese è infatti una di quelle mosse disegnate per ribaltare le condizioni della battaglia, un atto di guerriglia più che di guerra, una decisione tattica, che gli appassionati potrebbero sostenere somigli all’attraversamento del Delaware da parte di Washington la notte di Natale del 1776. Allora gli inglesi dormivano, convinti di aver sconfitto e respinto l’esercito di straccioni coloniali. Oggi, mentre il governo porta a casa un sudatissimo accordo sulla giustizia (un vero e proprio «salvacondotto» per il premier, secondo alcuni) passato con il consenso obbligato o mascherato dell’opposizione, i giudici sbarcano a sorpresa su una nuova riva.
Con Del Turco, politico di lungo corso, vengono simbolicamente evocati non più solo Forza Italia, il Berlusconismo, la politica degli ultimi dieci anni, ma tutta una serie di gangli vitali e tappe del sistema, sinistra inclusa. Abbiamo usato, scegliendolo con cura, il termine «evocare»: al di là della correttezza o efficacia in termini legali, l’enorme impatto dell’arresto abruzzese è soprattutto quello di evocare, e dunque coinvolgere, un’intera storia.

Del Turco ha attraversato nella sua vita, come dicono le biografie, tutti i luoghi più delicati della sinistra. Socialista, sindacalista, di quella razza dura che nel 1968 approda all’ufficio dell’organizzazione centrale dei metalmeccanici della Cgil, dove sarà il vice di Luciano Lama, e dentro cui vivrà, con intensa passione e sempre disposto a esporsi e a polemizzare, gli scontri dell’epoca. Del Turco è un socialista senza pentimento, non è toccato dalla tempesta di Mani pulite e in una breve stagione tenta di rimettere insieme quello che rimane del Psi dopo la catastrofe di Craxi. Nel 2000 è ministro delle Finanze del governo Amato, nel 2004 viene eletto al Parlamento europeo per la lista Uniti nell’Ulivo ed è con l’Unione che nel 2005 viene eletto presidente della Regione Abruzzo.

La sua è insomma una tormentata traversata del terremoto italiano. «Politico di razza» secondo le definizioni che una volta correvano in Transatlantico, cioè resistente, abile, radicato, mantiene un ruolo soprattutto perché rappresenta bene una parte di quello che è successo ai socialisti, finiti con l’essere condannati in politica, non importa da quale parte Tangentopoli li abbia trovati. Il centro sinistra cattolico e comunista, moderato o estremista, ha con questi uomini un rapporto conflittuale ma obbligato, come dimostrano gli sforzi e gli accordi che l’Unione di Prodi prima e il Pd di ora hanno dedicato a recuperarli. Del Turco, figura con cui tutti i leader politici del centro sinistra hanno sempre trattato da pari, nel maggio del 2007 entra nel Comitato nazionale del nuovo Pd.

L’arresto di questo governatore ribalta la logica della discussione: mentre si diceva che i giudici operassero contro Berlusconi, fossero ossessionati da Berlusconi, un nuovo caso si apre sull’altra sponda, quella che lambisce tutta la sinistra. Caso per altro difficile, poiché l’accusa ha a che fare con il sistema della sanità pubblica, che continua a essere il ventre molle di tutti i buoni propositi della politica, e dalla cui tentazione, come a Genova o in Calabria, nemmeno il centro sinistra è stato mai esente.

L’Abruzzo è così una messa alla prova ulteriore per l’opposizione. Sulla coerenza dei suoi garantisti o giustizialisti e su quanto in fondo («ab imis», ha già detto il premier) vorrà o potrà andare sulla riforma della giustizia. Lo choc con cui quest’area ha accolto la notizia, comparato alla soddisfazione con cui l’ha accolta Berlusconi, è solo l’anticipo di quello che sta per arrivare.

Annunci

0 Responses to “Modello abruzzese”



  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




PD podcast

Per abbonarsi al podcast Copia il link associato a questa immagine in un aggregatore tipo iTunes, Juice, FeedReader....
Sottoscrivi il podcast nello store di iTunes... Su iTunes

Feed RSS

Per abbonarsi al podcast
luglio: 2008
L M M G V S D
« Giu   Ago »
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Blog Stats

  • 38,144 hits
website counter

    %d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: