L’ultimo spiraglio

12 Lug 08

Federico Geremicca

Adesso che la polvere sollevata dal grande scontro combattuto sulla giustizia comincia a posarsi, possono forse scorgersi meglio gli effetti che la durissima battaglia sviluppatasi è destinata a produrre nel prosieguo di una legislatura che si era avviata all’insegna del dialogo e che era stata, per l’ennesima volta, detta «costituente». Salvo sorprese, infatti, la prossima settimana il Parlamento licenzierà entrambi i provvedimenti all’origine del muro contro muro: il cosiddetto lodo Alfano e il pacchetto sicurezza, positivamente modificato nella parte blocca-processi. Approvati l’uno e l’altro (sul secondo il governo è ormai orientato a porre la questione di fiducia), si potrà finalmente passare ad altro: ma in una situazione purtroppo assai diversa da quella che era legittimo pronosticare meno di un mese fa.

La fotografia che infatti ci regala questo caldissimo luglio ha contorni nitidi e nient’affatto incoraggianti. Proviamo a riassumerli. Il tanto sbandierato (ma in verità assai poco praticato) dialogo tra il governo di Silvio Berlusconi ed il Pd di Walter Veltroni è ridotto ad un cumulo di macerie ancora fumanti: lo scontro ha toccato punte di asprezza tali da ricordare il dopo-elezioni 2001, con annesso corollario di insulti reciproci e riapparizione dei girotondi.

I rapporti tra il Partito democratico e il suo unico alleato elettorale – l’Italia dei valori di Antonio Di Pietro – sono a pezzi, e non è azzardato prevedere un loro ulteriore peggioramento: il che consegna a Veltroni – strategicamente e retrospettivamente – un mucchio di problemi di non facile soluzione. Silvio Berlusconi, dal canto suo, ha polverizzato in un paio di settimane l’immagine di statista dialogante con la quale si era proposto in avvio di legislatura: con quali vantaggi per se stesso e per il Paese, è cosa che si potrà, purtroppo, presto apprezzare.

Infine, non va sottovalutato l’effetto che l’onda d’urto dello scontro ha prodotto sulle istituzioni e sui rapporti tra alcune di esse. Tra governo, Quirinale, magistratura e Parlamento si sono toccate punte di asprezza che parevano dimenticate: alcune delle ferite inferte sono profonde, e non potranno che pesare negativamente sullo sviluppo della legislatura.

Dopodiché, anche in politica – talvolta – sono possibili i miracoli: ed è dunque ancora possibile sperare che il filo di un confronto civile, spezzato di netto, venga in qualche modo riannodato. Una certa dose di realismo, in verità, inviterebbe a mitigare l’ottimismo, considerato che alla ripresa – dopo la pausa estiva – molti fattori potrebbero contribuire a riportare a livelli alti la tensione. A parte le dinamiche interne ai due diversi schieramenti (intendiamo l’evoluzione cui andrà incontro il Pd, e i rapporti tra la Lega e certi eccessi del berlusconismo) a tener banco, infatti, sarà come in ogni autunno l’economia, terreno sul quale si confronteranno due linee di intervento presumibilmente assai diverse: e l’approccio che il Pd avrà a questi temi, è in qualche modo anticipato dalla manifestazione già annunciata per il 25 di ottobre, che obbligherà a tenere alti i toni. Inoltre, non aiuterà certo il clima pre-elettorale che si inizierà a respirare in vista delle elezioni di primavera, quando gli italiani saranno richiamati alle urne per il voto europeo e per una importante tornata amministrativa (una settantina di Province e città importanti, da Bologna a Bari).

Si tratta di temi e appuntamenti che, come dicevamo, sembrano destinati a surriscaldare, piuttosto che raffreddare, il clima generale. E a ben vedere, il campo sul quale potrebbe riaprirsi un confronto è – come al solito – uno solo: quello delle tanto invocate riforme istituzionali. Il Presidente della Repubblica ne ha parlato ieri in una intervista all’agenzia Tass, in vista della sua visita in Russia: «Penso si debba giungere ad una riforma elettorale e costituzionale, e che bisogna cambiare molte altre cose…». Si tratta, come è noto, di una convinzione comune da tempo a quasi tutte le forze politiche. Riusciranno a tradurre prima in dialogo e poi in leggi questa ormai antica esigenza? Anche qui, la prudenza è d’obbligo. Ma un «fattore coercitivo», stavolta, può alimentare qualche speranza: alla ripresa dopo la pausa estiva, mancherà una manciata di mesi al referendum elettorale già indetto e rinviato la scorsa primavera per lo scioglimento delle Camere. Non è detto che questo pungolo basti, ma la prospettiva – almeno – è fin da ora chiara: o riforma o referendum. Stavolta, insomma, sarà assai difficile – se non impossibile – tergiversare.

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