Crolla la Chiesa-ponte

12 Lug 08

Filippo Di Giacomo

Come insegna Agostino, «la Chiesa vive di molti misteri». Prima degli scismi del XV e XVI secolo infatti, i sacramenti erano undici. E la lista comprendeva anche l’acqua benedetta, le esequie, la lavanda dei piedi, la professione religiosa ed altro. I protestanti li hanno ridotti: i più «larghi» ammettono il battesimo, la cena e – parzialmente – la confessione; i più rigoristi sono anabattisti, cioè non praticano il battesimo. Dopo il Concilio di Trento, secondo la dottrina trecentesca di Pietro Lombardo, i cattolici ne hanno scelto sette. Gli ortodossi ne praticano altrettanti, ma senza fissarne il numero, continuano a chiamarli «misteri» e restano aperti ad altre intuizioni.

Il problema delle ordinazioni femminili anglicane è tutto qui: se nella lista dei sacramenti una Chiesa pone anche quello dell’Ordine, secondo la tradizione dei primi concili, per avere quel segno sacramentale che permette alla comunità di celebrate l’eucaristia, il vescovo e il prete devono essere maschi perché tale era Cristo. Se invece nella lista dei sacramenti ordine ed eucaristia diventano istituzioni, racconti di ciò che Cristo ha fatto, allora può anche essere affidato a una donna.

I cattolici e gli ortodossi sono convinti di non poter rinunciare al sacerdozio ordinato.

Invece i protestanti – prima i calvinisti, poi i luterani e ora gli anglicani – pensano che per i ministri di culto il passaggio da sacramento a istituzione sia già stato decretato dalla coscienza e dalla cultura dei fedeli. Come dire: anche la dottrina si forma ed evolve con le stesse regole che formano, e fanno evolvere, l’opinione pubblica. Una tesi, affascinante e moderna sulla quale, però, gravita un dubbio sostanziale: è proprio così che dice il Vangelo?

Mentre i dottori disputano, la Chiesa d’Inghilterra crolla. La Comunione Anglicana ha lungamente coltivato il sogno di svolgere un ruolo di Chiesa-ponte tra il cattolicesimo, l’ortodossia e le varie riforme protestanti. La sua parte tradizionalista, la «Chiesa alta», ha tentato di mantenere un profilo cattolico anche quando l’altra anima, quella calvinista, ha iniziato a mettere in crisi quel movimento ecumenico che, alla fine del XVIII secolo, l’anglicanesimo aveva aiutato a portare alla luce.

Certo, nel frattempo il Papa di Roma è stato ricevuto in quella cattedrale di Westminster dove Elisabetta II impersona ancora il simulacro di capo dell’anglicanesimo. La regina, a sua volta, è stata tre volte in Vaticano. Nelle grandi cerimonie reali inglesi, il primate cattolico è sempre al fianco del primate anglicano. Tuttavia, visto che l’unione tra i cristiani non si fa a colpi di cerimonie e di bei discorsi, la crisi dell’anglicanesimo sta sempre più conferendo agli uomini del Papa l’onere di costruire mediazioni e ponti, spostando verso l’orbe cattolico quel ruolo di conciliazione fra tradizione e modernità che i grandi teologi inglesi, dalla scuola di Oxford in poi, hanno svolto nel XIX e XX secolo.

Roma ha sempre resistito, e probabilmente lo farà ancora per molto, alla fondazione di una Chiesa cattolica di rito anglicano. Accoglie, grazie a norme date da Giovanni Paolo II nel 1980, i vescovi e i pastori anglicani che fuggono le liti rifugiandosi nel cattolicesimo, concedendo che continuino ad esercitare il ministero pur restando sposati. Ma, nel frattempo, manda i cardinali Kasper e Dias alla Lambeth Conference, la riunione decennale dei primati anglicani di tutto il mondo che si riunirà a Canterbury dal 16 luglio al 4 agosto. Forse, un ennesimo tentativo di far comprendere agli anglicani che per essere moderni non bisogna per forza correre da soli.

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