La Lega sulle spine

11 Lug 08

Luca Ricolfi

Tutti parlano delle difficoltà del Partito democratico, ma Veltroni non è il solo a soffrire. Anche Bossi ha la sua croce, solo che si vede di meno. Il fatto che la politica italiana stia tornando a polarizzarsi su un’unica questione – le vicende giudiziarie di Berlusconi – porta al centro della scena i partiti che su quella questione hanno le idee chiare (Pdl e Idv), mentre mette in difficoltà i partiti che hanno le idee confuse, o semplicemente hanno altre priorità (Pd e Lega). Per questo il partito di Veltroni è in grande difficoltà nello schieramento di opposizione, mentre il partito di Bossi lo è in quello di maggioranza.

A prima vista Veltroni è messo peggio di Bossi, ma secondo me è vero il contrario. Se la legislatura non finisce anticipatamente, Veltroni ha qualche anno di tempo per capire che cosa vuole essere il Pd. Bossi, invece, ha pochi mesi per riprendere il timone delle riforme. La piega che hanno preso gli eventi politici, infatti, è estremamente pericolosa per la Lega perché è la negazione di tutto ciò in cui il partito di Bossi ha creduto e per cui continua a battersi: meno tasse, più sicurezza, federalismo fiscale. Per adesso l’elettorato leghista aspetta e spera, ma fra qualche mese – se nulla si sarà mosso – potrebbe perdere la pazienza e indurre Bossi a qualche sterzata. Apparentemente non sta succedendo granché, salvo la baruffa sui guai giudiziari del premier. Ma non è così, perché proprio sui tre temi che interessano la Lega si sentono i primi scricchiolii.

Alla Lega interessa la riduzione del carico fiscale sulle famiglie e sulle piccole imprese, mentre il Dpef (Documento di programmazione economico-finanziaria) prevede cinque anni di pressione fiscale inchiodata al 43 per cento, ossia al livello lasciato da Visco e Prodi. Una scelta grave, che contraddice il programma elettorale del centro destra e non è mai stata spiegata in modo convincente.

Alla Lega interessa la sicurezza. Ma sia la norma blocca-processi (nella versione originaria), sia il disegno di legge sulle intercettazioni non sono congegnati per aumentare la sicurezza, ma semplicemente per tutelare Berlusconi. Il blocco dei processi, se non dovessero intervenire le modifiche di cui giusto ieri si è cominciato finalmente a discutere, avrebbe il solo effetto di aumentare il caos dei tribunali, mentre il giro di vite sulle intercettazioni (pur essendo sacrosanto come strumento di tutela della privacy) non potrà non creare ostacoli alle indagini. Quanto alle altre norme – pacchetto sicurezza e decreto fiscale – non si può non osservare che senza nuove carceri è inutile inasprire le pene, e senza nuove risorse economiche è difficile rafforzare l’azione delle forze dell’ordine.

Resta il federalismo fiscale, il vero cavallo di battaglia della Lega. Qui l’unico che pare avere le idee chiare è Calderoli, che giusto qualche giorno fa – in un’intervista a questo giornale – ha enunciato un principio semplice e ragionevole: il costo dei servizi deve essere uniforme in tutta Italia. Ciò significa che gli enti locali devono disporre di risorse strettamente proporzionali ai servizi erogati, e se spendono più del necessario devono avere il coraggio di aumentare le tasse locali, autodenunciando così la propria incapacità amministrativa. Il problema è che mettere in pratica un principio del genere richiede una vera rivoluzione copernicana nei rapporti fra eletti ed elettori, nonché uno straordinario lavoro di ridisegno delle istituzioni di cui – al momento – non paiono esservi segnali significativi né nel dibattito politico né nell’attività parlamentare. Per tutte queste ragioni la Lega rischia e i suoi dirigenti sono sulle spine. L’elettorato spera ancora che la maggioranza, a un certo punto, finisca di occuparsi di Berlusconi e cominci a occuparsi seriamente dei problemi del Paese. Ma se questo non dovesse accadere, o finisse per generare risultati modesti, Bossi potrebbe ritrovarsi – fra qualche mese – nella posizione assai scomoda in cui già si trova Veltroni. Forse anche per questo, almeno sul federalismo, Bossi sembra guardare più a sinistra che a destra. Quel che non si capisce è perché Veltroni non colga l’occasione al volo

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