Urgente governare senza urgenza

6 Lug 08

Michele Ainis

Berlusconi si è espresso fin qui con un’orgia di decreti è come se vivesse in un’emergenza permanente: questo vizio droga la politica e stressa le istituzioni

Niente decreto legge sulle intercettazioni: la non notizia, in questo caso, è una notizia. Perché il piglio decisionista del governo Berlusconi fin qui si è espresso attraverso un’orgia di decreti, avendone inanellati una decina in meno di due mesi. E perché il Partito democratico ormai presidia soltanto quest’ultima trincea, quest’ultima pericolante barricata. Non s’oppone al merito dei provvedimenti varati dall’esecutivo, bensì piuttosto al metodo, allo strumento normativo.

La blocca-processi? Giammai con un doppio emendamento al decreto sulla sicurezza. Il lodo Alfano? Sì, o forse nì, ma certamente no con un decreto. La stretta sulle intercettazioni? Giusta anche quella, se si segue però la via parlamentare. Il decreto no, giacché la Costituzione ne restringe l’uso a «casi straordinari di necessità e d’urgenza». Insomma l’opposizione non contesta le ragioni del governo; si limita a negarne l’urgenza, la priorità in agenda. Sicché in ultimo una questione di diritto costituzionale diventa una questione politica, ed anzi assorbe tutta la politica.

È una situazione inedita, così come l’allarme che Palazzo Chigi applica ai più vari accidenti. Traendone argomento non solo – e per esempio – allo scopo di timbrare un decreto legge urgente sulla magistratura onoraria (il 30 maggio), ma inoltre cinque decreti del premier nell’ultimo Consiglio dei ministri, che dichiarano lo stato d’emergenza in altrettante località del Belpaese, e che s’aggiungono ai quattordici già approvati in precedenza. A scorrerne l’elenco, parrebbe che un’onda di tsunami si sia rovesciata sull’intero territorio nazionale, da Bari a Forlì, da Frosinone a Ischia, da Roma a Pompei. E c’è infine l’ordinanza di protezione civile – anch’essa firmata dal presidente del Consiglio – che ha disposto la schedatura degli zingari, compresi i bambini: un altro attrezzo normativo congegnato per fronteggiare le catastrofi, le calamità naturali, ma che è stato viceversa curvato dal governo in nome d’una necessità tutta politica.

La necessità – diceva William Pitt, primo ministro inglese durante la seconda metà del Settecento – è l’argomento dei tiranni, ed è anche il credo degli schiavi. La storia gli ha dato ragione molte volte. Ciò non toglie che uno stato di necessità possa ben giustificare decisioni straordinarie, poteri eccezionali: dopotutto anche nella Costituzione italiana l’emergenza rappresenta un limite ai diritti, perché sospende le garanzie di libertà. E allora chi, se non il governo in carica, dovrebbe dichiararla? «Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione», recita un celebre aforisma di Carl Schmitt; e nelle democrazie è sovrano l’organo investito da un mandato popolare. Non ha quindi diritto questo medesimo sovrano a stabilire la lista delle urgenze nazionali? E non è forse la decisione sull’urgenza, su quanto reclama cure rapide e incisive, la più politica fra le decisioni di governo? Naturalmente sì, ci mancherebbe: non è l’opposizione a dettare l’agenda di governo. Ma se l’urgenza deborda in emergenza, e se l’emergenza diventa a propria volta un grimaldello per scardinare l’ordine delle competenze e dei poteri, allora anche quest’ultima soggiace alle regole dello Stato di diritto. Così, la necessità invocata da un decreto legge non può suonare apodittica o arbitraria, ha detto la Consulta nel 2007. Ma soprattutto nessuna emergenza è per definizione permanente, o riferibile all’universo mondo. È questo il vizio giuridico del governo Berlusconi, e tale vizio in conclusione droga la politica, stressa le istituzioni, impedisce di concepire programmi a lungo raggio, senza l’affanno dell’urgenza quotidiana. Ecco perché, dopo due mesi d’esperienza, è ormai diventato urgente governare senza urgenza.

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